Saturday, 20 October 2007

Continuità al potere in Togo

L’RPT (Rassemblement du Peuple Togolais), partito attualmente al potere cui appartiene il Presidente Eyadema, ha vinto le elezioni legislative di domenica 14 ottobre in Togo (nella foto). I risultati non sono ancora ufficiali, ma in base ai dati forniti finora dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), l’RPT avrebbe ottenuto 49 seggi su 81. Il grande favorito della vigilia, il partito d’opposizione dell'Unione delle forze per il cambiamento (UFC) non conterebbe più di 21 seggi.

Oltre ai 4 vinti dal CAR, il partito del primo ministro, mancano ancora 7 seggi, che non potranno però modificare di molto l’assetto provvisorio.
Altissima la frequenza alle urne: il 95%. Un dato che, sommato alle dichiarazioni degli osservatori internazionali di elezioni corrette e trasparenti, potrebbero permettere al paese di uscire dalla lista dei paesi “non democratici” e di ricominciare la cooperazione con l’Unione Europea, sospesa nel 1993 per mancanza di democrazia.

Per quanto si temessero reazioni violente in caso di vittoria del partito al potere, alla notizia dei primi risultati la popolazione ha reagito con serenità. A contraddire i delegati di CEDEAO, Unione Africana ed Europea sulla regolarità del voto è però intervenuto l’UFC, che ha denunciato brogli e sparizioni di voti a suo favore, ed ha annunciato la presentazione del ricorso non appena la Corte Costituzionale proclamerà i risultati definitivi (Nigrizia).

Friday, 19 October 2007

Violenze etniche in Ciad

Gli ultimi scontri etnici hanno causato almeno venti morti nel Ciad orientale. Il conflitto è tra l'etnia zaghawa e l'etnia tama e secondo fonti governative è nato in seguito all'abbandono delle postazioni da parte dell'etnia tama. Un gruppo armato tama avrebbe abbandonato la città di Guereda, nell'est Ciad, per dirigersi verso il confine col Darfur, regione del Sudan, accusando le forze armate degli zaghawa di aver tentato di disarmarli (Peace reporter). Nella foto, truppe governative su una strada al confine con il Sudan.
L'etnia zaghawa è maggioritaria nel Paese e rappresentata dal Presidente mentre l'etnia tama è capeggiata dal Ministro della Difesa Mahamat Nour. Il Governo sudanese sembra aver offerto appoggio economico e militare all'etnia tama. È stato dichiarato lo stato d'emergenza nelle regioni di Ouaddai e Wadi Fira (ad est) e le regioni di Borkou, Ennedi e Tibesti (BET, a nord). L'Unione Europea intende approvare il dispiegamento di una forza di peacekeeping formata da 3000 soldati in una regione che va dal Ciad orientale al Nord-est della Repubblica Centrafricana (Tazon).
Riferimenti: una cronistoria delle relazioni Ciad-Sudan.

Thursday, 18 October 2007

Kabila promette di disarmare Nkunda e i suoi uomini


Il Presidente della Repubblica Democratica del Congo Joseph Kabila ha promesso mercoledì il 'disarmo forzato' del dissidente Laurent Nkunda (nella foto) e dei suoi circa 5.000 uomini nel Nord Kivu, una provincia orientale che fronteggia la guerriglia, come ho accennato nei mesi scorsi (in settembre sui profughi e in febbraio, in relazione al reclutamento di bambini soldato). Kabila lo ha detto durante una conferenza a Goma, la capitale della Provincia del Kivu del Nord.

La situazione era calma mercoledì in Nord Kivu, ove le Forze armate Congolesi (FARDC) continuano a rinforzarsi e potranno lanciare un'ampia offensiva da novembre, secondo fonti militari congolesi. Kabila assicura che il problema dell'insicurezza verrà risolto prima della fine dell'anno e che la popolazione deve aver fiducia nel Governo.

"Nkunda è un criminale (...). Nel settembre 2005 è stato emanato un mandato d'arresto nei suoi confronti. Egli non può pretendere d'occupare un territorio o di difendere la propria comunità."

"Egli rischia di farci ritornare in guerra" afferma ancora Kabila, sostenendo che più di mille soldati si erano arresi nelle ultime settimane.

Tutsi congolese, Laurent Nkunda si è sempre posto a difesa della propria minoranza contro i ribelli hutu ruandesi delle Forze Democratiche di liberazione del Ruanda (FDLR) - di cui alcuni hanno partecipato al genocidio del 1994 diretto principalmente contro i tutsi (su quest'ultima affermazione, che condivido in toto, alcuni comboniani non sono d'accordo: per dei riferimenti su ciò vedasi quest'altro post). Sono circa 6.000 i ribelli hutu ruandesi (vedi foto) nella regione.

Interrogato sulla minaccia rappresentata dalle FDLR per la minoranza tutsi congolese, Kabila si è dichiarato garante della protezione di tale comunità, come di tutte le altre comunità congolesi. Ha aggiunto che un piano di governo congolese per una soluzione definitiva al problema della FDLR è attualmente nelle mani del Ruanda e delle Nazioni Unite.

Teatro di conflitti che hanno precipitato il Paese in guerra per ben due volte (1996-1997 e 1998-2003), il Nord Kivu è da agosto zona di conflitto tra i soldati insorti e collegati a Nkunda e l'esercito, che ha ormai messo in campo più di 20.000 uomini.

Il comandante della Missione ONU in RD Congo (Monuc), il generale Babacar Gaye, mercoledì ha rinnovato il sostegno alla FARDC, con l'invio di non meno di 12 tonnellate di munizioni. Sempre mercoledì il comandante della FARDC in Nord Kivu, il generale Vainqueur Mayala ha affermato che si sono manifestati dissensi tra le truppe insorte, all'indomani di una sparatoria nei pressi di Runyoni, una località vicina alla frontiera ruandese, una zona sotto esclusivo controllo degli insorti. La FARDC non è implicata in questa sparatoria quindi si tratterebbe di uno scambio di fuoco interno agli insorti di Nkunda. Si possono rintracciare due gruppi tra i seguaci di Nkunda: coloro che vogliono smobilitare ed integrare l'armata e coloro che vi si oppongono e che non vogliono arrendersi. Raggiunti dall'AFP, dei militari vicini a Nkunda hanno negato l'accaduto. Réne Abandi, portavoce del movimento di Nkunda, sostiene appunto che non vi sia stata alcuna sparatoria.

La sparatoria è stata confermata all'AFP da fonti di sicurezza congolesi ed occidentali. Numerose fonti locali hanno affermato che i soldati che volevano arrendersi sono stati minacciati e che chi verrà sorpreso ad esprimere pubblicamente il dissenso rischia d'essere ucciso. (Jeune Afrique)

Wednesday, 17 October 2007

Guillaume Soro tra Sviluppo e Democrazia



Guillaume Soro sogna un’Africa dal domani "solidale e capace del proprio sviluppo"

CÔTE D'IVOIRE - 16 ottobre 2007 - APANEWS

Il Primo ministro ivoiriano, Guillaume Soro, ha espresso martedí sera, alla fine della chiusura del colloquio internazionale su “La democrazia e lo sviluppo in Africa”, il suo augurio di vivere in una “futura Africa solidale e in grado di definire la propria sorte, il proprio destino.”

Soro, che é arrivato lo stesso giorno a Ouagadougou per assistere alla cerimonia di chiusura di questo colloquio aperto lo scorso 14 ottobre, si è pronunciato sul tema del incontro che trova “importante e gradita per la Costa d’Avorio”:

« Vorrei vedere questa Africa solidale un domani, capace di realizzare il proprio sviluppo ».

Per lui, gli Ivoiriani hanno potuto risolvere le loro differenze da sé e hanno voluto mostrare con ció che gli africani sono « maturi e possono prendersi carico dei propri problemi ».

« Penso che é una delle lezioni che dal colloquio è stata tratta », ha aggiunto.

Il suo compatriota Pascal Affi N'Guessan, presidente del Fronte popolare ivoiriano (partito al potere) e presente a questo incontro dall’apertura, ha affermato che, a parer suo, la democrazia per uno sviluppo economico e sociale dei paesi, è la lezione da ricordare dal colloquio.

« L'istituzionalizzazione di questo incontro sarebbe un mezzo di rendere perenne e dunque di arricchimento della democrazia in Africa » ha dichiarato l’ex primo ministro ivoriano.

François Loncle, deputato all’Assemblea francese, nuovo presidente del gruppo di amicizia Francia-Burkina Faso al Parlamento francese stima che i problemi dell’Africa non sono insormontabili e si incontrano ovunque.

« In Francia siamo in una fase di riflessione sulla politica dell’Africa che l’Europa e la Francia devono eseguire con rispetto e con l’idea di non dare lezioni agli altri, come é stato ancora fatto recentemente, e di concorrere attraverso le organizzazioni internazionaliste, la cooperazione bilaterale e multilaterale, allo sviluppo dell’Africa che ha le risorse e i mezzi e un potenziale umano straordinario », ha detto Loncle.

Ha pure aggiunto che l’Europa e la Francia sono mobilizzate per dei compiti che vanno a concorrere per sviluppo e il progresso in Africa.

Seydou Sy Sall, membro della delegazione Senegalese, riconosce che l’impegno dei paesi africani nel processo della democrazia ha subito uno scacco « perché la crescita, lo sviluppo sociale di alcuni settori non hanno seguito ».

Propone che lo sviluppo del continente sia oramai sempre impegnato ad essere duraturo e a tenere conto della democrazia.

« E’ la democrazia che permette la partecipazione dell’insieme della societá , compresi i giovani e le donne, al processo di presa di decisioni. E’ la democrazia che permette pure di garantire la stabilitá e la pace senza le quali alcuna azione di sviluppo puó realizzarsi nei tempi » segnala Sy Sall .

I partecipanti hanno raccomandato l'istituzionalizzazione di un tale incontro.

A rischio le trattative di pace del 27 ottobre a Tripoli: nuove tensioni in Sud Sudan

A pochi giorni dal prossimo negoziato in Libia, 22 ribelli del Darfur sono stati bloccati venerdì dalle forze governative sudanesi mentre si recavano a un summit per trovare una linea comune da presentare il 27 ottobre a Tripoli.
L'incontro era stato organizzato dal direttivo del Sudan People's Liberation Movement (SPLM), ora a capo di un governo semi-autonomo del Sud Darfur, dopo essersi ritirati dal governo unitario del Sudan. Giovedì 11 ottobre le rappresentanze del SPLM hanno infatti lasciato il governo di Karthoum, dopo mesi di tensioni, per il mancato rispetto degli accordi di pace del 2005 (tratto da ItalianBlogs4Darfur, fonte: Reuters Africa).

Tuesday, 16 October 2007

Elezioni in Togo

La tornata elettorale di domenica 14 si è svolta tutto sommato senza incidenti. Si è trattato di uno scrutinio molto aperto, dato che per la prima volta hanno potuto partecipare tutti i partiti politici.
Circa tre milioni di elettori sono stati chiamati alle urne a scegliere 81 deputati tra i 2100 candidati appartenenti a 32 formazioni politiche.
Gli osservatori hanno costatato una forte partecipazione, diversamente da quanto avvenne nel 2002. In tal caso infatti i principali partiti d'opposizione boicottarono le elezioni. Nel 2005 le presidenziali furono segnate dalle violenze, in seguito alla morte del generale Eyadema, che aveva regnato per 38 anni. Sembra proprio che vi siano i presupposti per un nuovo corso per il Paese (articolo da Rfi).

Beh, con 32 partiti e 81 seggi, direi che a livello di frammentazione il Togo se la gioca bene col nostro Paese ;-)

Monday, 15 October 2007

Ventennale della morte di Thomas Sankara


Foto tratta da Hebdomadaire du Burkina.

Un minuscolo omaggio anche da parte di chi in questo periodo non ha tempo d'aggiornar il blog. Chiedendo venia.

Friday, 28 September 2007

Ruanda: premio abolizionista dell'anno a Kagame

Non è una novità, ma è una questione che mi ha talmente sconvolto che avevo bisogno di lasciarla sedimentare. Nella mia semplicità di pensiero e di intelletto, mi sembrava ci fosse qualcosa che non tornava. Volevo cercare di capire dove fosse la coerenza, la logica.

Parlo della consegna al Presidente ruandese Kagame del Premio “Abolizionista dell'anno” da parte dell'associazione Nessuno Tocchi Caino. Se ne è occupato Romani Prodi a fine agosto: Paul Kagame ha ricevuto il premio per aver abolito nel suo Paese la pena di morte per tutti i tipi di reato, incluso quello di genocidio. Si pensi che in Ruanda negli ultimi anni le condanna a morte non venivano più celebrate, ma vi erano ben 600 persone che attendevano di esservi sottoposte, che ora vedranno la loro pena tramutarsi in carcere a vita.

Le polemiche nate sulla consegna del Premio si sono avute principalmente negli ambienti dei missionari comboniani (vedi Nigrizia). In una lettera aperta padre Boscaini (su Fatmo una sua intervista) accusa Kagame di essere un dittatore e tra i responsabili delle violenze odierne in Repubblica Democratica del Congo.

Su questo punto allAfrica ci ricorda come, a causa della difficile situazione dell'ex-Zaire, non sia stato possibile per gli agenti dell'ONU appurare e verificare queste accuse.

Le Nazioni Unite hanno anche dovute affrontare negli ultimi mesi le polemiche sulla nomina del generale ruandese Karenzi Karake, capo delle operazioni al tempo dell'invasione dell'RD Congo, come comandante aggiunto della forza ibrida ONU-UA in Darfur (era un inciso, qui, alla data 22 agosto un bell'articolo in spagnolo).

Ancora secondo Boscaini, sarebbe stato proprio Kagame ad ordire il piano di abbattimento dell'aereo presidenziale. Lo scorso novembre la magistratura di Parigi ha inviato 9 mandati d'arresto contro stretti collaboratori di Kagame con l'accusa di aver abbattuto l'aereo presidenziale il 6 aprile 1994, episodio che diede inizio al genocidio.

È però un dato di fatto che su tale crimine deve ancora essere fatta completamente luce dai magistrati, se negli ultimi mesi è stata persino indagata la moglie dell'allora presidente Juvénal Habyarimana. Infatti sono due le ipotesi che si fronteggiano: una è, come sostiene il religioso, che il missile sia partito dal Fronte Patriottico Ruandese (RPF), formato principalmente da Tutsi esiliati, l'altra invece è che l'abbattimento sia stato voluto dalla frange estremiste del Partito Presidenziale, contrarie alla ratifica dell'accordo di Arusha (1993), che prevedeva uno spazio più ampio nella vita del Paese a favore dell'RPF.

Padre Luigi le Stocco dei Padri Saveriani riprende un altro argomento di questi giorni, cioè che l'abolizione della pena di morte da parte di Kagame nasconda l'obiettivo di ottenere l'estradizione di 43.000 sospettati di genocidio fuggiti dal Ruanda.

In un'intervista a Repubblica Kagame sostiene che le critiche mossegli non sono altro che calunnie. “Il premio è per il Ruanda e non per il suo Presidente, perché l'abolizione della pena di morte è un segnale forte del processo di riconciliazione cui aspirano i Ruandesi.”

Boscaini arriva a dire che è come aver dato il premio nobel della pace a Hitler.


In un articolo l'Associazione Nessuno Tocchi Caino risponde alle accuse:

Purtroppo da tempo conosciamo le posizioni dei Comboniani su questa questione che sono molto distanti dalle nostre, ma che naturalmente rispettiamo. Tuttavia paragonare Kagame a Hitler e definirlo uno dei peggiori criminali della storia è un falso clamoroso di cui gli autori di queste dichiarazioni non possono non essere consapevoli. Il genocidio degli ebrei voluto da Hitler ha in effetti un parallelo in Ruanda. Si da però il caso che Kagame e il gruppo etnico a cui egli appartiene non fosse dalla parte dei carnefici, ma da quella delle vittime, e che solo l’intervento delle sue truppe ha posto fine al genocidio, mentre la comunità internazionale stava a guardare.

Hitler in Rwanda c’era, anzi ce n’erano vari e sono tutti quegli estremisti Hutu, appartenenti al clan del vecchio presidente Habyarimana, che hanno concepito, istigato ed eseguito il genocidio. Purtroppo le simpatie di una parte della chiesa ruandese erano per gli Hutu senza fare troppe distinzioni fra estremisti e moderati. Ancora più grave è il fatto che in qualche caso questa simpatia si sia spinta fino alla complicità nel genocidio, come è testimoniato dai processi nei confronti di religiosi che sono stati condannati non dalla giustizia dei vincitori, ma da quella di paesi occidentali.

Forse per mitigare queste gravi responsabilità, alcune componenti della chiesa, di cui Nigrizia sembra voler fare parte, si sono lanciati in una campagna forsennata per cercare di dimostrare che in Ruanda non c’è stato un genocidio ma una guerra civile, e che al limite, se proprio si vuole parlare di genocidio, c’è stato un doppio genocidio. Ciò vuol dire che le responsabilità delle milizie genocidarie Hutu e dei soldati di Kagame si bilanciano. Questa tesi è semplicemente insostenibile. In Ruanda c’è stato un solo genocidio, voluto, pianificato ed eseguito nelle forme più crudeli da un gruppo ben identificato di estrem
isti Hutu che ha coinvolto una massa sterminata di ruandesi di etnia Hutu intossicati da una propaganda frenetica e trasformati in crudeli assassini capaci di uccidere a colpi di macete centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini. I piccoli teschi spaccati dal macete che si conservano nei siti/musei del genocidio ne sono una testimonianza agghiacciante. Ignorare tutto questo orrore e definire Kagame una sorta di Hitler non è soltanto un tentativo maldestro di manipolazione della storia, è anche un insulto alle vittime e ai sopravvissuti del genocidio. E’ ugualmente un insulto a tutti coloro, sacerdoti compresi, che hanno rischiato la vita per strappare vittime designate dalle mani dei carnefici e che oggi fanno una lettura della storia molto lontana da quella di Nigrizia.

Non c’è dubbio che le truppe di Kagame hanno commesso a loro volta dei crimini e che bisognerà fare il necessario perché questi crimini siano puniti. Non c’è dubbio che migliaia di ruandesi, molti innocenti, sono stati uccisi nel corso delle guerre che hanno fatto seguito al genocidio, in Ruanda e in Congo. Ma nessuno può accusare in buona fede Kagame di avere pianificato e istigato lo sterminio degli Hutu e quindi di essere responsabile di una qualche forma di genocidio. Quanto alle responsabilità nel genocidio d
ei Tutsi e degli Hutu moderati esse sono tragicamente chiare. Il genocidio fu scatenato su larga scala solo qualche ora dopo l’abbattimento dell’aereo del Presidente Habyarimana, il che vuol dire che era stato pianificato fin nei dettagli dagli esponenti del vecchio regime molto tempo prima. Ugualmente pianificate erano state le modalità del genocidio al quale doveva partecipare il maggior numero possibile di ruandesi. La strategia diabolica degli artefici del genocidio era infatti molto semplice: se tutti sono colpevoli nessuno è colpevole. Volontariamente o involontariamente le posizioni come quelle espresse da Nigrizia portano acqua al mulino degli ultimi irriducibili artefici del genocidio che sono ancora arroccati nelle foreste del Congo.

Kagame non è certamente un angelo e il Ruanda non è il più fulgido modello di democrazia di tipo occidentale. Ma prima di salire in cattedra e dare lezioni bisogna ricordare che solo tredici anni fa un gruppo di estremisti ha scatenato in questo paese il più orribile genocidio del secolo scorso con l’intento di sterminare il gruppo etnico al quale una grande parte del gruppo dirigente attuale appartiene. Le ferite di questo orrore sono ancora aperte, e ci vorrà più di una generazione prima che si rimarginino. Forse sarebbe più saggio accompagnare il processo in corso di riconciliazione nazionale, anche se imperfetto, piut
tosto che inventare teorie che cerchino di cancellare le responsabilità che tutti abbiamo avuto nella tragedia ruandese per non avere saputo fermare il genocidio quando potevamo farlo e per avere aspettato troppo tempo prima di riconoscerlo.

Il premio di Nessuno Tocchi Caino laurea Kagame come abolizionista dell’anno, non come campione di democrazia o di difesa dei diritti umani. Il fatto che ad abolire la pena di morte e ad aderire alla campagna per la moratoria universale delle esecuzioni capitali sia stato un paese come il Ruanda con la sua tragica storia è per noi un fatto di grande valore simbolico. Per questo abbiamo attribuito il premio al Presidente Kagame e siamo fieri di averlo fatto.
Kagame è stato anche accusato di aver abolito la pena di morte solo per consentire l’estradizione dei sospetti criminali che si sono rifugiati all’estero, ma è una critica ingiusta, perché il problema della pena di morte in caso di estradizione è stato risolto in passato con l’esclusione della pena capitale a chi è stato riconsegnato alle autorità ruandesi. Da questo punto di vista, la sua abolizione in Ruanda è stato un atto gratuito e unilaterale. Inoltre il dibattito sull’abolizione ha coinvolto non soltanto le aule parlamentari, ma tutta la popolazione, dalle università fino all’ultimo villaggio del Paese.
Riconosciamo al presidente Kagame la volontà politica di aver guidato il suo Paese all’abolizione della pena di morte come tappa di un processo di riconciliazione nazionale riconosciuto e apprezzato dalla Comunità internazionale, e anche il suo impegno a partecipare della coalizione mondiale di paesi
che vogliono la moratoria universale delle esecuzioni. Questo è il Ruanda che noi abbiamo premiato: un Paese che ha deciso di fare i conti con il suo passato e di farlo interrompendo l’assurdo ciclo della violenza, dell’odio e della vendetta. Nelle situazioni “al limite”, anche le più catastrofiche, ci interessa di più cogliere i segnali e i passi, magari di un centimetro, che vanno però nella direzione giusta e che guardano al futuro, piuttosto che cristallizzare tutto e tutti al proprio passato. Il Premio a Kagame è un investimento sul futuro del Ruanda, non un riconoscimento del suo passato.

Io non ne so abbastanza e cerco di non dare giudizi affrettati. Da un lato trovo eccessiva l'enfasi dei religiosi, che sembrano mettere assolutamente in secondo piano il genocidio ruandese (nella foto), come se non fosse avvenuto. In ogni intervento, ne parlano tra parentesi, come se fosse un pezzettino da trascurare, “a confronto di ciò che han fatto i Tutsi dopo”, sembra quasi che voglian dire. Sto banalizzando, ma a sentire la verve di Boscaini si legge proprio questo tra le righe.

Sono i religiosi che hanno da i tempi della colonizzazione rafforzato la differenza tra i due gruppi etnici, privilegiando i gruppi Hutu. Essi purtroppo continuano a marcare la differenza etnica, quando non dovrebbe più essere così: ora, anche sulle carte d'identità, esistono solamente i ruandesi. E se i missionari, che si chiamano così per qualcosa, se lo ricordassero un poco più spesso, sarebbe già qualcosa.

D'altro lato, l'aver insignito Kagame di questo premio è stata certamente una mossa azzardata, forse polemica ma certamente in parte sbagliata da parte di Nessuno Tocchi Caino, che in generale ha il mio pieno appoggio. Il sospetto che l'abolizione della pena di morte in questo caso sia strumentale è troppo forte per gridare al progresso, anche se spero vivamente di sbagliarmi.

Riferimenti: mi sento di consigliare il film Hotel Rwanda (2004), il quale, oltre ad essere la ricostruzione di una storia vera, è un film fatto bene e se non ricordo male il cast è composto di attori non professionisti, ad eccezione di una persona.

Tuesday, 18 September 2007

Gbagbo : "Sí alle elezioni in dicembre 2007"

CÔTE D'IVOIRE - 14 settembre 2007 –



In una intervista esclusiva accordata al settimanale « Jeune Afrique », il presidente Laurent Gbagbo rimette in questione le relazioni franco-ivoiriane.

Se si rallegra della partenza di Jacques Chirac, il presidente che l’ha « maggiormente deluso », e afferma di voler giudicare Nicolas Sarkozy « per i suoi atti », Laurent Gbagbo non dimentica, comunque, di ricordare alla Francia che « il tempo dove si poteva dire agli Africani fate questo, fate quell’altro è passato ». Il presidente ivoiriano lo invita ugualmente a ripartire da zero resettando le loro relazioni e lancia l’appello a rientrare in una “nuova era”.

Laurent Gbagbo indirizza anche un messaggio forte agli Ivoiriani. Conferma che, secondo lui, l’elezione presidenziale potrá ben aver luogo in dicembre 2007. Il presidente ivoiriano considera che di fatto tutte le condizioni sono oramai mature e riunite. « Non c’é piú alcuna ragione per non andare veloci », dichiara a chi vuol sentirlo… garantendo « la trasparenza delle elezioni agli Ivoiriani ».

In questo intrattenimento-bilancio su questi cinque anni di crisi che hanno scosso il suo paese, il presidente Gbagbo evoca anche i suoi rapporti con i suoi avversari di oggi (Ouattara e Bédié) e di ieri (Soro e Compaoré) cosí come gli "affari" : il bombardamento del campo militare francese di Bouaké (« [La Francia] vuole nasconderci delle cose ») e la sparizione di Guy-André Kieffer (« Questo non mi implica in nulla »). Ha incoraggiato ugualmente gli Africani a rinforzare le unioni regionali prendere in mano la situazione.

Monday, 17 September 2007

Koroma vince le presidenziali in Sierra Leone

Le storiche elezioni in Sierra Leone si sono probabilmente concluse. Sabato 8 settembre il leader dell'opposizione Ernest Bai Koroma ha vinto il secondo turno delle presidenziali con il 54,6% delle preferenze. Lo ha annunciato oggi la Commissione elettorale nazionale del Paese. Il vice-presidente uscente, Solomon Berewa ha ottenuto il 45,4% dei voti.

Come dicevo mercoledì 5 settembre, era proprio Koroma, il leader dell'All People's Congress (APC), ad esser dato per favorito, avendo vinto anche le politiche dell'11 agosto scorso, le prime elezioni dopo la lunga guerra civile.

Il clima nel Paese però non è sereno. Negli ultimi giorni, quando ormai era evidente la vittoria di Koroma, i rappresentanti del Sierra Leone People’s Party (SLPP), il partito del presidente, hanno presentato un ricorso alla Corte Suprema per proibire alla Commissione Elettorale Nazionale di pubblicare altri risultati parziali. Il giudice della Corte Mary Sei però non ha dato seguito alla richiesta.
Nella capitale Freetown, inoltre, oggi le scuole e gli uffici sono rimasti chiusi per questioni di sicurezza e la polizia ha organizzato posti di blocco in tutta la città (AFP).

Ernest Koroma è stato insegnante e imprenditore, sia in Sierra Leone che in Gran Bretagna. La sua campagna elettorale è stata impostata sul fatto di essere un outsider della politica e di non essere compromesso con il passato di corruzione.
Egli si era candidato anche nel 2002 (nella foto di Allafrica, un manifesto elettorale di allora) ma venne sconfitto dall'attuale presidente Kabbah.
Secondo gli osservatori Koroma avrebbe beneficiato dell'incapacità del governo di assicurare i servizi sociali alla popolazione. Già nelle elezioni amministrative del 2004 crebbero considerevolmente i voti a favore dell'APC(Allafrica).