Tuesday, 29 April 2008

In Somalia è emergenza sfollati in Galgadud

Secondo l'ong Intersos sono ormai circa 150.000 gli sfollati somali che hanno abbandonato Mogadiscio negli ultimi mesi a causa dell'inasprirsi del conflitto nella capitale per riversarsi nella regione semi desertica del Galgadud, nella Somalia centrale. Secondo l'organizzazione umanitaria si tratta in gran parte di persone originarie del Galgadud che si erano trasferite a Mogadiscio nel '91 dopo il crollo del regime di Siad Barre e che da un anno, dalla cioe' ripresa del conflitto, hanno iniziato a rientrare e si sono sommati agli sfollati provenienti dalle zone rurali colpite dalla siccita'. "Il grande problema", ha spiegato Enzo Maranghino, responsabile di Intersos in Somalia, "e' che si stanno dirigendo in una regione in ginocchio e il loro arrivo non fa altro che moltiplicare la poverta', la scarsita' di risorse e la tensione che affligge quest'area".

Articolo completo: Agi Mondo

Monday, 28 April 2008

Pane ed armi

Il rapporto 2007 del SIPRI, l’accreditato istituto per il disarmo svedese, descriveva uno scenario inquietante relativamente alla dotazione di armi e alle cifre che vengono spese per armare gli eserciti ed alimentare le guerre che devastano il pianeta, producendo miseria, fame, macerie e disperazione. Dal 1997 al 2006 l’incremento delle spese per gli eserciti è stato pari al 37%. Nel solo 2006 la cifra spesa per gli armamenti è stata di 1.204 miliardi di dollari. La graduatoria è aperta dagli Stati Uniti, seguono Regno Unito, Francia, Cina, Giappone, Germania, Russia, Italia, India. Il 60% del mercato di esportazione delle armi è diviso equamente tra Stati Uniti e Russia, mentre l’Europa detiene il 20% del mercato complessivo. All’interno degli Stati europei, l’Italia, registrava il livello più elevato di esportazioni dal 1985. Livello ancora aumentato - in misura enorme - nel 2007 [..] le esportazioni italiane di armi hanno sfiorato i 2,4 miliardi di euro, con un incremento del 9,4% rispetto all’anno precedente.
Il caso italiano è lo specchio di quel che accade nel mondo, rispetto alla corsa forsennata alla produzione e al commercio di armamenti. Secondo le stime internazionali, se fossero investiti 57 miliardi di dollari in interventi medici di base, si potrebbero salvare dalla morte certa otto milioni di vite l’anno; sempre secondo le stime, basterebbero 135 miliardi di dollari per raggiungere gli “obiettivi del Millennio”, decantati dall’ONU.
Uccidono le armi e uccide anche la mancanza di cibo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di Alimentazione e Agricoltura, la benemerita FAO, invita, nel suo ultimo rapporto, i Paesi donatori e le istituzioni finanziarie internazionali, ad incrementare la propria assistenza ai paesi che soffrono la fame, per un ammontare compreso tra 1,2 ed 1,7 miliardi di dollari. Un’inezia, rispetto alle cifre che gli Stati spendono per armarsi.
Il prezzo dei cereali nelle nazioni povere del mondo, che già nel 2006-2007 era aumentato del 37%, aumenterà, si stima, nel 2007-2008, del 56%. Oggi, il grano viene pagato il doppio dell’anno scorso. L’aumento dei fertizzanti è del 25% (+200% in un quinquennio). L’esportazione del riso è stata del tutto o quasi sospesa in Vietnam, India, Egitto, Cina, Cambogia, Argentina. Le esportazioni di grano sono state ridotte da Argentina, Russia e Kazhakistan. Scontri e rivolte per il cibo si sono verificati nell’ultimo periodo in Egitto, Camerun, Costa d'Avorio, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, Indonesia, Madagascar, Mauritania, Guinea, Mozambico, Filippine, Pakistan, Thailandia e Haiti. Per i paesi africani a basso reddito con deficit alimentare, si stima l’aumento del prezzo per tariffe e trasporto del petrolio del 74%, a causa dell'impennata dei prezzi dei cereali, delle tariffe dei trasporti e del petrolio. [..]

Articolo completo su Agenzia Fides

Friday, 25 April 2008

25 Aprile giornata dell’indignazione

In questa giornata fondamentale per la storia dello Stato Italiano, giornata a ricordo della strenue resistenza di donne e di uomini che si opposero al nazifascismo, trovo giusto ricordare i motivi che abbiamo oggi per continuare a combattere e a resistere. Qui sotto il testo della manifestazione dei migranti di Verona nella giornata odierna, 25 aprile, giornata dell'indignazione.

"A Verona, un sindaco razzista ha marciato qualche mese fa alla testa di un corteo di naziskin. E’ uno dei campioni del controllo sociale e dell’ossessione securitaria. Ha emanato regole per impedire l’accesso dei migranti alle case popolari, ha fatto installare nei parchi panchine sulle quali è impossibile sdraiarsi, ha fatto eseguire con la forza sgomberi e sfratti di famiglie di cittadini stranieri, usa la polizia municipale per perseguitare e per minacciare i migranti nelle loro attività economiche presentandosi di persona nei call centers e nelle macellerie islamiche.

La nostra città, i nostri territori, non sono questi. Questa è la politica della rappresentanza. Il teatro dell’assurdo al quale si incatena chi pensa di organizzare e gestire un facile consenso.

Noi stiamo con i migranti. Noi siamo per la gioia e non per l’odio. Noi siamo il comune dell’insorgenza e la città che viene.

Libertà di movimento, libertà senza confini"

Fonte: globalproject

Wednesday, 23 April 2008

Pirati somali tentano di attaccare una petroliera italiana


La Marina militare ha sventato l'attacco ad un cargo italiano
FABIO POZZO
È una guerra navale. Si sta combattendo nel Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano tra lo Yemen e la Somalia. I «cattivi» sono i nuovi pirati, feroci e armati sino ai denti. Ex combattenti dei «signori della guerra» somali, che per 10 dollari sono pronti ad assaltare, depredare, catturare pescherecci d’altura, cargo e navi da crociera. E a sequestrare, e in alcuni casi seviziare e uccidere i loro equipaggi.

L’ultimo attacco è di ieri, ma per fortuna è stato sventato dalla nostra Marina militare, che è presente con due unità in queste acque pericolose. I pirati avevano puntato la prua dei loro fuoribordo, cinque barchini veloci (raggiungono le acque internazionali con una «nave madre», più grande, da cui si staccano per sferrare l’arrembaggio), sulla «Neverland», una petroliera di 239 metri col tricolore a poppa, della Finaval di Roma (una delle più attive compagnie europee nel trasporto di prodotti energetici, 13 navi, che fa capo a Giovanni Fagioli) e diretta a Sikka in India. Si stavano avvicinando, ma la loro manovra è stata intercettata dal «Comandante Borsini», il pattugliatore d’altura che insieme al rifornitore di squadra «Etna» sta svolgendo la campagna di sorveglianza marittima. La nave militare, con l’ausilio di un elicottero, ha tagliato la rotta ai corsari, che hanno preferito desistere e darsi alla fuga verso terra (in acque territoriali, dove le unità da guerra possono intervenire solo se autorizzati dalle autorità somale).

Un successo, per la missione della Marina (Medal ‘08; 340 persone al comando del capitano di vascello Giorgio Gomma), che ha preso il largo il gennaio scorso e che avrà termine a fine maggio. E che segue all’operazione Mare Sicuro del 2005 quando, sulla scorta degli assalti - mancati - ai mercantili «Jolly Marrone» dei Messina e «Cielo di Milano» della società D’Amico, l’allora ministro della Difesa Antonio Martino, sollecitato da Confitarma (la federazione degli armatori), dispose che i cargo italiani fossero scortati da navi militari nei luoghi più «caldi», come appunto il Golfo di Aden. «Gli altri sono gli stretti di Malacca, il Golfo di Guinea, i Caraibi e le coste del Venezuela e Brasile» spiega Nicolò Carnimeo, docente di Diritto della Navigazione a Bari Bari ed esperto mondiale di pirateria moderna.

E’ stata vinta, però, solo una battaglia. Gli «Jin del mare», l’altroieri, hanno assaltato lungo la costa somala un piccolo cargo di Dubai, che è stato «liberato» ieri da un commando delle forze di sicurezza della regione del Puntland (c’è stata una sparatoria, si parla di tre feriti); sempre l’altroieri è stato il turno di una petroliera giapponese, a colpi di lancia-granate: l’attacco è stato sventato dall’intervento di una nave da guerra tedesca, che stava pattugliando la zona. E sono ancora nelle mani dei nuovi «filibustieri» i 26 membri d’equipaggio del peschereccio basco «Playa de Barko» sequestrati domenica scorsa: la Spagna ha inviato una fregata militare in loro soccorso. E poi, c’è il «Ponant», il veliero francese, il cui equipaggio è stato liberato dopo una settimana in mano ai pirati dietro il pagamento di un riscatto di 2 milione di dollari. «Sono stati 31 gli attacchi di pirati somali nel 2007 e quest’anno già nove da febbraio - dice Carnimeo -. Mentre nel mondo, grazie anche alle azioni di contrasto, nel complesso gli assalti stanno diminuendo, nel Goldo di Aden sono in aumento. Le cause? Tanti ex combattenti senza ingaggio, tante armi, e tanta povertà. Oltre all’impunità, di cui questi fuorilegge del mare godono grazie al mancato controllo del territorio da parte delle autorità locali».

Fonte: lastampa.it

Monday, 21 April 2008

Hassan, un bambino come tanti in Darfur

“La situazione nel Darfur va migliorando e continuiamo a sentire di 200.000 persone uccise in Darfur. Questo è un numero esageratamente elevato”.

Ministro della Giustizia Sudanese in risposta a un rapporto del 16 Marzo 2007 presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU circa gli stupri di massa e le uccisioni in Darfur.

Cinque anni fa nasceva Hassan un bambino come tanti, in Darfur. Grandi occhi neri che scrutano la notte che l’ha partorito.

Hassan è un Fur, una delle più grandi etnie del Darfur, ma è anche un Sudanese. Come i bambini nati a Karthoum, la capitale del Paese, così distante dal suo piccolo villaggio vicino a El-Fasher, si affaccia curioso sul suo angolo di mondo e, apparentemente, con gli stessi diritti. Ma mentre il primo avrà davanti a sé la possibilità di crescere in una città sempre più ricca, in cui gli investimenti stranieri, soprattutto cinesi, aprono sempre più strade solcate da grossi SUV e si innalzano ai lati nuovi edifici e alberghi di lusso, Hassan trascorrerà i prossimi suoi anni in un campo profughi, per sfuggire alla morte certa. La sua colpa è essere un Fur, un abitante del Darfur. Le sue origini africane lo marchiano sin dalla sua nascita e lo condannano alla morte o alla fuga dai janjaweed, le milizie arabe a cavallo finanziate dal governo sudanese, e dai bombardamenti aerei.

Questo aprile moltissimi dei tre milioni di bambini in Darfur hanno raggiunto il loro quinto anno senza mai conoscere la pace. Cinque lunghi anni in cui la comunità internazionale ha fallito nel rispondere adeguatamente alla crisi in corso.

Molti di essi sono stati traumatizzati da quanto hanno visto. La Human Rights Watch ha mostrato al mondo numerosi disegni dei bambini di un campo profughi del Darfur, nei quali i colori, il tratto, le figure umane esangui non danno spazio alla gioia e alla speranza: il clima di paura, insicurezza, e l’aumento della violenza domestica, compromettono la loro sicurezza, e soprattutto il loro futuro. I bambini che vivono fuori dai campi profughi vivono in costante attesa di un probabile attacco al loro villaggio, senza ricevere assistenza sanitaria e istruzione. Moltissimi vengono ridotti in schiavitù, come soldati bambino o come schiavi sessuali.

I rapporti ufficiali delle ONG impegnate in Darfur parlano chiaro: l’Unicef parla di oltre un milione di bambini non raggiunto dagli aiuti umanitari e Save The Children fissa ad almeno 650.000 la quota sconcertante di bambini in età scolare che non ricevono istruzione. Solo nelle ultime settimane di febbraio, in cui si sono registrati pesantissimi attacchi dell’esercito sudanese nel Darfur occidentale, centinaia di bambini tra i dodici e i diciotto anni sono scomparsi senza lasciare traccia alcuna.

Anche il nuovo rapporto dell' ONU non lascia spazio alle speranze: il 16,1% di bambini del Darfur sono malnutriti, contro il 12,9 % dell'anno scorso. Tra i 6 e i 29 mesi di età e nel Nord Darfur, i casi peggiori di malnutrizione. Il dossier ha confrontato i dati provienienti dai campi profughi, dove sono costretti a vivere oltre due milioni di persone, e dalle aree colpite dalla guerra.

In Darfur operano oltre 80 ONG e tredicimila operatori umanitari ma, nonostante il loro impegno e le enormi risorse finanziare messe in campo, le condizioni igieniche, la distribuzione dei viveri e le condizioni di sicurezza continuano a peggiorare, e si moltiplicano gli attacchi agli operatori umanitari, aumentati del 150%. Quella in Darfur, insomma, rimane una delle più grandi crisi umanitarie ancora aperte che tiene alta la posizione del Sudan tra gli Stati nemici dei diritti umani. Così il Dipartimento di Stato ‘americano’ definisce la situazione dei diritti umanitari nel Paese: "terribile".

Fonte: Italians for Darfur

Saturday, 19 April 2008

Elezioni in Costa d'Avorio?

Sempre respinta da ben tre anni, l’elezione presidenziale avrà luogo domenica 30 novembre, ha annunciato, lunedì 14 aprile, il presidente Laurent Gbagbo, poco prima della sua partenza per gli Stati Uniti. "Aujourd'hui est un grand jour pour la Côte d'Ivoire" (“Oggi è un grande giorno per la Costa d’Avorio”) ha assicurato il capo dello Stato all’uscita di un consiglio dei ministri straordinario nel corso del quale ha adottato un decreto fissando la dato dello scrutinio.

L’opposizione ha accolto con un sollievo impregnato di scetticismo l’annuncio presidenziale. “Non possiamo che apprezzare questa decisione. La Costa d’Avorio non poteva essere eternamente governata senza che i responsabili avessero una legittimità popolare”, ha indicato Amadou Soumahoro, un dirigente del RDR, il vecchio partito di Alassane Ouattara, candidato dichiarato alle presidenziali. “Siamo sul cammino del ritorno alla pace”, ha dichiarato, rafforzando l’idea del ritorno ad una certa stabilità del paese, il presidente di un’altra formazione dell’opposizione, l’UDPCI.

Ma la soddisfazione esternata si veste di una punta di inquietudine. “Una cosa è fissare la data; un’altra è rispettarla”, ha riassunto, tra gli altri, un responsabile del PDCI, il vecchio partito unico dei tempi di d'Houphouët Boigny.

Questa volta, però, il termine massimo pare credibile visto che l’ostacolo principale è stato sormontato. Portava sulle relazioni tra due entità chiave per lo stabilimento delle liste elettorali: l’Istituto Nazionale della Statistica (INS), un organismo sospettato di essere agli ordini della presidenza e che detiene i dati dell’ultimo censimento, e la Sagem, un’impresa francese ritenuta per l’organizzazione pratica dello scrutinio.

Le modalità di cooperazione tra l’INS e la Sagem sono oramai fissate da un decreto firmato da M. Gbagbo in presenza di diplomati stranieri. Non resta più che metterlo in atto. “Chiedo alla Sagem e a l’INS di non metterci i bastoni tra le ruote”, ha detto il capo dello Stato a qualche giornalista.

Il termine prima dell’elezione presidenziale – un po’ più di sette mesi – è effettivamente stretto. Le liste elettorali sono incomplete. Un mezzo milione d’Ivoiriens, senza documenti, devono ricevere una carta elettorale. E’ anche il caso di tutti i giovani elettori, di cui l’amministrazione non fa più repertorio dal tentativo di colpo di Stato del settembre 2001.

Se il processo arriva al suo termine, gli Ivoiriens dovrebbero avere la scelta in novembre tra, almeno, tre candidati : Laurent Gbagbo, il presidente uscente, Henri Konan Bédié, un ex presidente e Alassane Ouattara. Tre attori di lunga data della scena politica di un paese dove il 40% della popolazione ha meno di 15 anni.


Tratto dall'articolo di Jean-Pierre Tuquoi (Le Monde)

Tensioni in Zimbabwe

Ho scritto 'tensioni' nel titolo per due motivi: uno non so scrivere i titoli, quindi spesso rinuncio in partenza, anche se mi rendo conto che non è una gran tattica, due perché voglio ancora illudermi che quelle che sono in atto in Zimbabwe siano tensioni, ma mi rendo conto purtroppo di aver utilizzato un eufemismo.
I dati sulle elezioni non sono ancora usciti ufficialmente, in quanto il Presidente Mugabe non intende accettare la sconfitta, come ha chiaramente ripetuto.
In questi giorni è ripartito il riconteggio delle schede elettorali, voluto dal dittatore Mugabe e che l'opposizione ha tentato inutilmente di fermare. Tale riconteggio, anche se di sole 23 sezioni (in cui il Presidente è uscito sconfitto), potrebbero ribaltare il risultato elettorale e mettere a repentaglio la maggioranza ottenuta dallo sfidante Morgan Tsvangirai.
Per la cerimonia per i 28 anni di indipendenza del Paese Mugabe ha fatto il suo primo discorso pubblico dalle elezioni, affermando che la democrazia si è instaurata in Zimbabwe solo in seguito alla liberazione dalla Gran Bretagna. Nello stesso discorso ha sminuito i suoi oppositori, dipingendoli come i protetti della ex-madre patria. Quelle sulla democrazia sono state parole naturalmente prive di ogni significato, perlomeno per quanto riguarda la vita nel Paese negli ultimi anni. Human rights watch (hrw) oggi ha denunciato la presenza di campi di tortura, utilizzati contro gli avversatori del regime, ma anche contro comuni cittadini. L'ong ha raccolto testimonianze di più di 30 persone ferite negli ultimi 10 giorni dai militari. Hrw si appella all'Unione Africana, affinché intervenga e vi sia modo di far uscire il Paese da questa situazione.
Intanto continua il flusso di zimbabweani che tentano di lasciare il Paese per recarsi principalmente in Sudafrica.
Ad aggravare la situazione, due giorni fa è arrivata nel porto sudafricano di Durban una nave cinese carica di armi destinate allo Zimbabwe. Attualmente i lavoratori sudafricani si sono rifiutati di scaricare i containers e la nave è bloccata, ma il governo sudafricano (già criticato dall'ONU per la sua posizione troppo morbida nei confronti di Mugabe, ad esempio nelle sue dichiarazioni della settimana scorsa) ha comunicato di non poter fermare legalmente il carico.

Wednesday, 2 April 2008

Assordante silenzio

In questa piatta e monotona campagna elettorale c'è un assordante silenzio su numerose questioni. Ritengo in questo spazio sia necessario rilevare, come ha fatto Zanotelli ben prima di me, il silenzio, vissuto in maniera naturale, sulle questioni africane.

Trovo stupefacente la naturalezza con cui nessuno si preoccupa di dire nulla sull'Africa. Ad esempio durante le presidenziali in Francia, Paese ben più civile del nostro, i candidati vennero a lungo interrogati sulle loro intenzioni sul Darfur. Qui qualche candidato probabilmente nemmeno sa che è il Darfur.

Nessuno ci dice che si vuol fare dell'aiuto allo sviluppo, che negli ultimi 15 anni è andato progressivamente diminuendo e della percentuale del PIL che invece va alla difesa, sempre altissima a mio avviso [anche perché non viene spesa per la Difesa dello Stato, ma per ben altro..].

Sull'inaccettabile condizione dei migranti nel nostro Paese, che per regolarizzarsi devono giocare alla lotteria una volta all'anno [detta Decreto Flussi] e sperare di essere tra i fortunati vincitori. Se vincitori, per ottenere il rinnovo del permesso devono attendere tempi biblici, che limitano di fatto le loro possibilità sacrosante di muoversi liberamente, ad esempio nell'Unione Europea.

Alcune proiezioni sui risultati elettorali in Zimbabwe

HARARE (Reuters) - Il Movimento per il cambiamento democratico (Mdc) ha annunciato oggi di aver battuto il presidente Robert Mugabe sia in Parlamento che alle elezioni presidenziali. [..]
L'Mdc di Morgan Tsvangirai sostiene che il suo leader ha ottenuto il 50,3% dei voti contro il 43,8% di Mugabe nelle elezioni presidenziali, tenuto conto che è necessario il 51% dei voti per evitare il secondo turno.

Il segretario generale dell'Mdc Tendai Biti ha detto di non considerare necessario un altro turno per decidere il successore di Mugabe alla presidenza, ma che non si opporrà se verrà indetto. Il vice ministro dell'informazione dello Zimbabwe, Bright Matonga -- membro del partito Zanu-Pf --, ha risposto dicendo che le dichiarazioni dell'Mdc sono "desideri" e che il presidente Mugabe non ha intenzione di rinunciare all'incarico.

Secondo Biti, i seggi parlamentari che andranno all'Mdc sono 99, contro i 96 al partito Zanu-Pf. In base agli ultimi risultati ufficiali disponibili, invece, al partito di Mugabe spetterebbero 93 seggi contro 91 vinti da Mdc e cinque da un altro partito di opposizione.

Nessun risultato ufficiale delle elezioni presidenziali è ancora stato pubblicato, nonostante siano passati ormai quattro giorni dal voto e l'attesa continui a rinforzare i dubbi di possibili brogli. Il governo di Mugabe aveva avvertito nei giorni scorsi che qualsiasi proclamazione di vittoria prima della pubblicazione ufficiale dei risultati sarebbe stata considerata alla stregua di un colpo di stato.

Quanto detto oggi da Biti, però, segna una nuova apertura da parte dell'opposizione che, per bocca del suo leader Morgan Tsvangirai, nei giorni scorsi aveva proclamato una vittoria definitiva che non contemplava l'eventualità di un ballottaggio.

Per parte sua, il governo di Mugabe sembra aver voluto preparare gli elettori all'idea di tornare alle urne pubblicando delle proiezioni dei risultati che obbligano ad andare al ballottaggio.[..] La prospettiva di un ritorno alle urne ha alimentato preoccupazioni all'interno del paese per lo scoppio di possibili violenze fra le forze di sicurezza fedeli al regime di Mugabe e gli elettori dell'Mdc.[..]

Per articolo completo: Reuters

Tuesday, 1 April 2008

Sudafrica: ActionAid denuncia spostamenti forzati per estrarre platino

giovedì, 27 marzo, 2008 - La compagnia Anglo Platinum apre nuove miniere sudafricane nella regione di Limpopo e "migliaia di persone, specialmente donne, residenti nelle aree rurali hanno perso la loro terra e i principali mezzi di sostentamento per fare posto alle miniere di Anglo Platinum" - denuncia ActionAid in un rapporto. "I dislocati in nuovi insediamenti preparati dall’azienda ricevono soltanto minime compensazioni con poche possibilità quindi di ricominciare a condurre la propria vita". "Gli abitanti delle comunità, soprattutto le donne, hanno perduto i loro principali mezzi di sostentamento, l’accesso alla terra e all’acqua. Questo costituisce una violazione dei loro diritti umani più basilari" - dichiara Zanele Twala, direttrice generale di ActionAid in Sudafrica.

Ieri, alla presentazione del rapporto erano presenti anche i rappresentanti della Anglo Platinum che in un comunicato hanno dichiarato che non solo i risarcimenti sono stati adeguati ma anche la quantità di ettari coltivabili è quasi raddoppiato, mentre sulle accuse di contaminazione i rappresentanti della Anglo Platinum si sono riservati di rispondere durante una conferenza stampa che dovrebbe svolgersi la settimana prossima. Nessuna risposta sulle accuse di aver pagato le forze dell’ordine affinché agissero a loro favore e a quelle di aver effettuato un trasferimento forzato delle popolazioni tagliando acqua e elettricità nei villaggi. La Anglo Platinum ha infine dichiarato che se la Commissione per i Diritti Umani, alla quale ActionAid ha ieri sottoposto il rapporto, vorrà indagare sui risultati presentati, sarà la benvenuta, perché la compagnia ritiene di agire nel rispetto dei diritti umani

[..]

I trasferimenti delle popolazioni nella regione di Limpopo hanno portato ad un incremento non solo del problema della fame e della povertà ma anche la distruzione delle tradizioni popolari delle popolazioni locali sostiene ActionAid. "Ci hanno fatto molte promesse ma nessuna si è rivelata vera" - afferma Isaac Pila, 72 anni, allontanato dal suo villaggio per fare spazio a una miniera e confinato in un’altra zona. "Il terreno qui non è adatto al pascolo e la mia gente non riesce nemmeno a coltivarlo. Ci avevano promesso che avremmo vissuto come nel nostro villaggio, anche meglio. Non è vero. La mia gente ora sta soffrendo la fame".

Articolo completo su unimondo