Friday, 30 November 2007

Verona: immigrati in piazza

Migrants' demonstration for the housing right tomorrow in Verona

Una
manifestazione in Piazza Brà domani alle 15, contro le politiche che il sindaco-sceriffo Tosi e altri primi cittadini sceriffi delle città venete stanno attuando nei confronti degli immigrati.

È l’iniziativa delle associazioni migranti locali, che contestano l’ordinanza comunale che ha alzato i parametri per l’idoneità all’alloggio: l’agenzia veronese per gli edifici comunali, l’Agec, ha stabilito una maggiorazione di punteggio di 4 punti a favore dei cittadini italiani residenti nel comune di Verona da almeno vent’anni, escludendo di fatto gli stranieri dall'assegnazione delle case popolari. Il comune sta inoltre promuovendo indagini preventive per verificare reddito, idoneità per l’alloggio, pericolosità sociale per poter autorizzare l’iscrizione all’anagrafe del richiedente, con il dichiarato intento di disincentivare gli stranieri a presentare domanda. Una tendenza seguita anche in altri comuni veneti, a partire da Cittadella e Treviso.

Il Coordinamento Migranti di Verona accusa l’amministrazione veronese di discriminazione, ed ha presentato in Procura un esposto-denuncia nei confronti delle politiche di Tosi e dalla sua giunta, ritenute lesive del diritto alla casa (Nigrizia.it)

Thursday, 29 November 2007

16 giornate di attivismo on-line per il Darfur

16 days of action

Italian Blogs for Darfur aderisce alla campagna on-line "16 days of action" di Globe for Darfur.
Per i prossimi giorni, a cavallo tra la Giornata Internazionale per l' eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre) e la Giornata Internazionale per i Diritti Umani (10 dicembre) proporremo un' azione al giorno in favore dei diritti umani in Darfur.
Durante questo periodo chiederemo al nostro Governo, agli organismi internazionali, alle società e alle nostre comunità, di agire per il Darfur.

Agisci ora!

Chiedi al Comitato Olimpico italiano di fare pressioni sulla Cina, che opiterà i giochi estivi del 2008, affinchè convinca il regime in Sudan a consentire una robusta forza di protezione dei civili in DARFUR.

Monday, 26 November 2007

Kenya: violenze della polizia

Questo week-end l'Oscar Foundation Free Legal Aid Clinic in Kenya ha pubblicato un rapporto secondo il quale la polizia kenyota avrebbe torturato ed ucciso 8040 persone della setta dei mungiki.
Inoltre dal marzo 2002, quando almeno 20 persone vennero uccise durante gli scontri tra la violenta setta dei mungiki e una gang rivale, sarebbero sparite almeno altre 4070, viste l'ultima volta nelle mani della polizia. La setta ha forti nessi politici e quella attuata sembra essere una violazione sistematica dei diritti umani, mentre la polizia nega ogni addebito.

Sunday, 25 November 2007

Voci disperate dallo Zimbabwe

Zimbabwe: voices from a basket case

"Abbiamo aspettato il pane per circa due ore in una lurida strada dietro un supermercato. È mezzogiorno, il sole incendia la cinquantina di persone in fila, mentre tre poliziotti passeggiano sul lato anteriore. Lo scontento fermenta tra coloro che aspettano come un temporale.
In Zimbabwe, ove l'inflazione galoppante ha raggiunto quota 7.900 per cento e la gente usa tutti i risparmi per comprarsi da mangiare, la vita si è ridotta a questo: la coda."

Moses Moyo

"Dopo una prolungata siccità e una brevissima stagione delle piogge lo Zimbabwe affronta oggi gravi problemi di scarsità idrica. Parti di Bulawayo sono senza acqua: si può vivere in una casa moderna con un bellissimo bagno, con solo un filo d'acqua che esce una volta alla settimana dal rubinetto."

Shona Tiger

"Al Chicken Inn due ragazzi di strada stavano implorando del cibo da una grassona. La donna li guardò torvi, avvicinandosi il cibo, urlando alla guardia di passaggio "vieni a fare il tuo lavoro". La guardia, ugualmente affamata, usò il bastone su uno dei monelli, ma essi tornarono subito con altri quattro. La guardia non poté più niente e i sei sciamarono sul tavolo della donna. Lei si alzò, inveendo contro i ragazzini e stringendosi i pezzi di cibo al seno. Sorprendentemente, continuò a mangiare, ignorando i suggerimenti della guardia, che la invitava ad andare dentro a mangiare. Allora un nutrito gruppo di ragazzi di strada la circondò, arraffando tutto, anche il pezzo di cibo che teneva in bocca."

Natasha Msonza

(Articolo completo con stralci di altri blogs su indipendent.co.uk)

Saturday, 24 November 2007

Somalia: “Una catastrofe umanitaria”

Davide Bernocchi, dal febbraio 2006 responsabile di Caritas Somalia, parla al telefono da Baidoa, sede del parlamento somalo. Il suo è un osservatorio privilegiato per raccontare il dramma che da mesi affligge il Paese, ove gli scontri tra opposte fazioni (militari etiopici e filo governativi da una parte ed estremisti islamici e clan ribelli dall’altra) stanno affossando ogni speranza di ridare un minimo di organizzazione a un paese senza una stabilità dai primi anni ’90.

«Dall’inizio dell’anno più o meno un milione di persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni per rifugiarsi in aree di per sé già disastrate o non adatte a sostenere queste ondate di popolazione». C’è perfino difficoltà a distribuire beni e aiuti di prima necessità. «Verso la fine di ottobre 40 ong si sono fatte portavoce di queste difficoltà, firmando un appello in cui si afferma come le ong abbiano sempre meno accesso libero a chi ha bisogno di aiuto».
Un aspetto che preoccupa, oltre alla massa di persone che non ha di che sfamarsi, è anche il gran numero di militari che da mesi non sono pagati e che arraffano ciò che trovano sulla loro strada, spesso con la violenza. Ora anche chi lavora nell’umanitario si aggrappa a una speranza: il cambio della guardia al governo somalo, con il colonnello Nur Hussein Hassan che ha sostituito Ali Mohamed Gedi come primo ministro. «Questo nuovo primo ministro è stato presidente della Mezza luna somala. La speranza è che dalla logica delle armi sappia orientare l’azione del governo sulla guerra umanitaria», l’auspicio di Bernocchi. "Gli organismi internazionali non intervengono. Forse molti aspettano che governo e ribelli riescano a risolvere i loro problemi per affrontare il tema dello sviluppo e della ricostruzione del paese" (l'articolo completo su Nigrizia).

Thursday, 15 November 2007

In Somalia il Governo chiude gli organi di informazione

Somalia: Government shuts down Media Groups

Il Governo, negli ultimi due giorni, ha ordinato la chiusura delle emittenti somale Radio Shabelle, Simba e Banadir, che si aggiungono agli altri organi di informazione costretti a interrompere l'attività giornalistica. È un ulteriore segnale della crisi che si aggrava di giorno in giorno nel Paese africano.

“I giornalisti somali sono in continuo pericolo. Sia che scrivano contro il governo che contro gli insorti vengono minacciati di ripercussioni. La chiusura di quasi tutte le voci indipendenti del panorama editoriale conferma che la libertà di stampa è a rischio” ha detto Said Tahlil, direttore di Radio Horn Afrik all'agenzia Misna. “Ci aspettiamo che arrivino da noi da un momento all'altro anche perché non è chiaro con quali accuse abbiano stabilito la chiusura degli altri organi d'informazione”.

Con l'uccisione di otto giornalisti, incluso Bashir Nur Gedi, ex direttore di Radio Shabelle, e la chiusura progressiva dei mezzi d'informazione, la Somalia - secondo le stime delle organizzazioni internazionali - è diventato il secondo paese più pericoloso al mondo per i giornalisti, dopo l'Iraq. Oggi, il sindaco della capitale, Mohammed ‘Dheere' ha detto che “le emittenti sono state chiuse perché non avevano i permessi necessari”, accusandole inoltre “di aver attentato alla sicurezza nazionale con i loro servizi spesso gonfiati e inattendibili”.

Forte preoccupazione è stata espressa dalla Rete somala dei difensori dei diritti umani (Sohriden), che ha invitato il governo a proteggere la libertà di stampa. Oltre alle pressioni politiche e alle ripetute chiusure, recentemente si sono moltiplicate le minacce di morte contro alcuni giornalisti, molti dei quali hanno cercato di fuggire all'estero. “Così non possiamo andare avanti, e a pagarne il prezzo più alto è, ancora una volta, la popolazione – ha concluso Tahlil – che vede spegnersi una dopo l'altra le voci indipendenti nel paese”. Quattro emittenti radiofoniche, Horn Afrik, Holy Quran, Somali Weyn, e Voice of Democracy, hanno ancora il permesso di lavorare a Mogadiscio, ma fonti locali sostengono che i giornalisti abbiano cominciato ad autocensurare i servizi, omettendo le notizie degli scontri e delle vittime provocate dalla recrudescenza del conflitto tra insorti e soldati somali ed etiopici (vita.it).

Medaglia d'oro al valor civile per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Legion of Merit for Ilaria Alpi and Miran Hrovatin

Lo ha comunicato oggi il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, nel corso di un incontro tenutosi al Quirinale.

La giornalista Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin furono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 durante un agguato.

Ritardi nello spiegamento della forza ibrida ONU-UA

The deployment of the UN-AU force in Darfour will be delayed

Lo spiegamento della forza ONU-UA in Darfur verrà probabilmente ritardato, perché non disporrebbe ancora della mobilità aerea e di unità speciali indispensabili, secondo un alto responsabile ONU (Jeune Afrique).

Burundi: un governo per mettere fine alla crisi politica

Burundi: a government of consensus as a step forward on the Peace Process

Il Presidente della Repubblica del Burundi ha annunciato mercoledì a Bujumbura la formazione di un nuovo governo, che comprenderà due membri dei partiti dell'opposizione.

Questo governo tenterà di mettere fine alla crisi istituzionale che dura da diversi mesi, a causa della mancanza di una reale maggioranza per il Presidente. Egli aveva proposto alcuni progetti di legge che l'Assemblea Nazionale non approvava. Il Burundi potrà ora avere una nuova chance di riuscire, magari anche a mettere fine alle violenze (Rfi).

Monday, 12 November 2007

Proseguono i disordini in Somalia

Violences in Mogadishu

Scontri, azioni di polizia e civili in fuga a Mogadiscio, dove non si ferma la guerriglia urbana tra le truppe di Addis Abeba, sostenute dalle forze somale, e le milizie delle deposte Corti islamiche. Le violenze degli ultimi giorni hanno causato la fuga in massa da diversi quartieri della capitale, mentre nella zona del mercato di Bakara e' continuata anche nel weekend l'operazione militare lanciata dai soldati etiopi per scovare i depositi di armi dei militanti ribelli. Intanto l'Unione europea ha lanciato l'ennesimo allarme per gli sfollati, che attualmente sono almeno 114.000. Testimoni oculari parlano di abusi ai danni dei civili, spesso intrappolati tra due fuochi e impossibilitati alla fuga. Inoltre, per l'ottava volta dall'inizio del 2007, il governo ha chiuso 'Radio Shabelle', una delle principali emittenti radiofoniche somale, perche' ritenuta troppo vicina al fronte antigovernativo. (vita.it)

Saturday, 10 November 2007

Eritrea: espulsi 14 missionari

Eritrea: 14 missionary expelled

Tecnicamente, il governo di Isaias Afwerki non ha rinnovato loro i permessi. Tra di essi, 6 comboniani (4 sacerdoti e due suore). Dovranno lasciare il paese il prossimo 16 novembre (un missionario e una suora sono già in Europa e non potranno più rientrare ad Asmara). Ignote, al momento, le ragioni ufficiali di questa scelta.
Per l’ex sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica, (la cui interrogazione parlamentare urgente verrà discussa lunedì) «l’espulsione rappresenta un atto di protervia sul quale l’Italia e la Comunità internazionale hanno l’obbligo di interrogarsi. L’Italia deve fare pressioni politiche e richiamare l’attenzione internazionale per conoscere quali contestazioni sono state richiamate nell’ordine di espulsione e quali giustificazioni sono state invocate per motivare l’espulsione».
La scelta di cacciare i missionari s’inserisce in una politica di Isaias tesa ad allontanare dal paese tutti gli occidentali. Politica che ha coinvolto pesantemente anche molte organizzazioni non governative (italiane in particolare) e alcune agenzie internazionali, invitate a lasciare il paese.
Un possibile riaccendersi del conflitto con l’Etiopia complica ulteriormente un quadro politico e sociale già compromesso (Nigrizia.it).

Thursday, 8 November 2007

Omar el-Béchir visita Mbeki

The Sudanese President visit Mr. Mbeki, the South-African President

Si è parlato di Darfur ieri a Città del Capo in occasione della visita del Presidente sudanese Omar el-Béchir (foto) che ha affermato in presenza di Thabo Mbeki che il Sudan auspica un maggior contributo del Sudafrica in seno alla missione AMIS dell'Unione Africana (UA), che verrà rimpiazzata dalla forza ibrida ONU-UA. I due capi di Stato hanno affermato l'urgenza dello spiegamento di quest'ultima. (Rfi)

Wednesday, 7 November 2007

Tunisia: 20 anni di assolutismo con Ben Ali

Tunisia: 20 years of absolute power for Ben Ali

Il 7 novembre 1987 Zine El Abidine Ben Ali, appena nominato Primo Ministro, eliminato politicamente per 'vecchiaia' il padre dell'indipendenza tunisina, Habib Bourguiba, prese il suo posto. Vent'anni dopo, l'economia tunisina è migliore rispetto a quella degli altri Paesi del Maghreb, ma la chiusura politica, l'assenza di libertà e la repressione dei diritti dell'uomo suscitano numerose critiche.

Ben Ali è stato rieletto nel 1994, nel 1999 e nel 2004 con percentuali bulgare, grazie anche ad una modifica della Costituzione che gli ha permesso di correre per il terzo mandato.

In vent'anni ha costruito un sistema di potere tentacolare, in nome della lotta al terrorismo e l'integralismo. Dopo gli islamici, l'apparato repressivo si è scagliato contro la società civile e gli intellettuali.

Sul piano economico il Paese naviga in ottime acque. Circa l'80% dei tunisini ha una casa di proprietà, una macchina e manda a scuola i figli. La crescita dei prezzi ha portato alla crescita della disoccupazione e la povertà, terreno di coltura del terrorismo, colpisce mezzo milione di persone. Relativamente risparmiato fino ad ora il Paese ha affrontato a fine 2006 dei violenti scontri a Sud di Tunisi tra le forze di sicurezza ed un gruppo di islamici salafiti, finiti con 14 vittime e decine di arresti.

Il Presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali sostiene che nel Paese non esiste la tortura, al contrario di ciò che affermano i rappresentanti delle associazioni tunisine a difesa dei diritti dell'uomo. (Rfi)

Mauritania: tragedia di immigrati clandestini

Mauritania: migrants' tragedy

Almeno 42 clandestini (
Reuters), la maggior parte senegalesi, sono morti di stenti al largo delle coste della Mauritania, nel tentativo di raggiungere le Canarie, a causa dell'avaria del motore dell'imbarcazione su cui viaggiavano. L'immigrazione clandestina è uno dei fenomeni che provocano più morti in Africa occidentale (foto di repertorio, sulle traversate Mauritania - Canarie).

Sarebbero partiti in 140 da Ziguinchor, nel sud del Senegal. Il gruppo era formato da senegalesi, gambiani e maliani. Secondo i racconti dei sopravvissuti si sarebbe verificato un guasto ed il capitano del battello sarebbe morto annegato nel tentativo di riparare il guasto. I migranti sono rimasti alla deriva per ben 19 giorni.

L'imbarcazione è stata recuperata a La Guerra, un porto mauro, poco a Nord di Nouadhibou, quasi al confine con il Sahara Occidentale. Le autorità maure hanno recuperato i sopravvissuti ed i corpi delle vittime che erano ancora nell'imbarcazione. Un altro immigrato è morto dopo il salvataggio ed altri 4 sono morti all'ospedale di Nouadhibou.

Martedì 30 ottobre i sopravvissuti si trovavano ancora a Nouadhibou, in un centro d'accoglienza e sarebbero stati rimpatriati entro 48 ore. (Rfi).

Tuesday, 6 November 2007

"Io bloggo per il Darfur": il volto e..il blog di chi ha a cuore il Darfur

My blog is for Darfour

Spesso non sono sufficienti le parole per denunciare un crimine. Occorre metterci la faccia.



Italian Blogs for Darfur, campagna on-line del movimento italiano per i diritti umani in Darfur, dopo "Una vignetta per il Darfur - diamo colore all'informazione", ha chiesto anche ai fotografi on-line di dedicare una loro creazione al Darfur, interpretando il motto dei bloggers di Italian Blogs for Darfur: "Io bloggo per il Darfur". Gli scrittori della rete cercano in questo modo di colmare il vuoto di informazione lasciato dai media tradizionali italiani, con la speranza che il nostro appello alle maggiori emittenti televisive venga accolto al più presto.

Alessandro Branca, fotografo a Milano dal 1992, è il generoso artefice del primo contributo pervenutoci, pioniere di quella che speriamo diventi una ricca galleria: la foto ritrae la pittrice Jole Noemi Marischi, che ha dipinto per l'occasione la tela inquadrata, che blogga per il Darfur! Invito tutti i nostri amici e lettori a dare massima distribuzione a questa prima foto, sperando che altri fotografi e artisti, ma anche -soprattutto - i comuni - tanti- bloggers italiani ,aderiscano e ci "mettano la faccia".

Link:
reportages di A.Branca, l' occhio è concentrato sugli sguardi di diversi popoli e l'obiettivo è sulla comunicazione.

Monday, 5 November 2007

Gli analisti prefigurano una nuova guerra tra Eritrea ed Etiopia

Analysts warn on a possible new war between Ethiopia and Eritrea

Cresce il pericolo di una guerra tra Etiopia ed Eritrea e sia gli Stati Uniti che le Nazioni Unite dovranno agire velocemente per fronteggiarlo, secondo il rapporto odierno del Gruppo di Crisi Internazionale (ICG). Nel rapporto si dice anche che le costruzioni militari lungo la frontiera avrebbero raggiunto dimensioni allarmanti negli ultimi mesi: vi sarebbero almeno 100.000 soldati pronti a combattere in ognuno dei due Stati.

La crisi deriverebbe da nuove controversie sulla posizione del confine tra i due Stati, questione che diede origine alla guerra del 1998. L'accordo di Algeri del 2000 rimise la decisione del confine ad una Commissione, la quale stabilì che la città contesa (Bademmè, vedi mappa di www.ilcornodafrica.it) fosse da assegnare all'Eritrea. L'Etiopia si oppose alla continuazione della demarcazione. Lo stallo si interruppe quest'anno con l'incontro sui confini di settembre: la Commissione stabilì che se entro fine novembre non si troverà una soluzione, essa concluderà i suoi lavori.
Gli analisti occidentali avvertono che l'Etiopia potrebbe tentare un golpe contro il Presidente eritreo Isaias Afwerki, seguito da un intervento militare etiope. I rischi sono notevoli poiché l'Etiopia godrebbe dell'appoggio americano, sempre secondo il rapporto. Il Gruppo continua sostenendo che gli
States dovrebbero mantenere una posizione più equilibrata per evitare che ciò accada, spingendo l'Etiopia a stabilire sanzioni economiche anziché militari, mentre l'ONU dovrebbe rafforzare il suo supprto alla Commissione sui Confini.
L'ICG conclude il rapporto così: "L'indifferenza internazionale potrà costare cara alle genti del Corno d'Africa, che rischia la destabilizzazione di un'area che va dall'Africa Centrale al Golfo. (fonte: AllAfrica, ove si può trovare anche il link al rapporto)

Sunday, 4 November 2007

Crisi nelle Comore

Comoros' crisis

I rappresentanti dell'Unione Africana e il Governo dell'Unione delle Comore tentano di mettere fine alla crisi politica applicando sanzioni
come la restrizione della libertà di movimento ed il congelamento dei beni contro le autorità ribelli di Anjouan, una delle tre isole che formano l'Unione.

Mohamed Bacar è al potere ad Anjouan dal 2001 in seguito ad un colpo di Stato ed ha vinto le elezioni nel 2002. La Corte Costituzionale quest'anno gli ha chiesto di ritirarsi poiché era scaduto il suo mandato ed ha nominato un Presidente ad interim fino alla data delle elezioni.

In giugno Bacar ha stampato in proprio le schede elettorali per poter essere votato ed ha effettuato e vinto le elezioni con il 90 % delle preferenze (anche se non so se sia il caso di parlare di 'preferenze'), che non sono state riconosciute né dalla Corte Costituzionale né dall'Unione Africana.

Le elezioni ad Anjouan hanno rilanciato le ostilità tra l'isola e le altre due che formano l'Unione, Grande-Comore e Moheli. Da allora si sono susseguiti tentativi di soluzione pacifica alla crisi, ma senza risultati.

Le sanzioni saranno sospese se e quando le autorità d'Anjouan accetteranno di organizzare delle nuove elezioni.

Le Comore hanno ottenuto l'indipendenza dalla Francia nel 1975, dopo ben 130 anni di regime coloniale. Nei trent'anni d'indipendenza hanno fronteggiato 19 tra colpi di Stato e tentativi di colpi di Stato.

In seguito alla secessione di Moheli e d'Anjouan dall'Isola di Grande-Comore del 1997 ed in base ai successivi negoziati del 2001, le tre isole hanno tre Governi semi-autonomi e tre Presidenti che presiedono a turno il Governo Federale dell'Unione.

(fonte: Jeune Afrique)

Friday, 2 November 2007

Arca di Zoè e 103 bambini che non sanno se salperanno

The Arche de Zoé affair

S'è fatto e si fa un gran parlare di questa brutta storia, soprattutto sulla stampa francese (ma anche in Italia: vedi
il Corriere ed il Manifesto). Le opinioni sono discordanti. C'è chi sostiene, in linea con il Governo ciadiano guidato da Idriss Deby, che l'ONG avrebbe intenzionalmente deportato i bambini a fini di lucro, financo con l'obiettivo di venderne gli organi o di metterli nelle mani di reti pedofile.
E c'è chi sostiene che tutta l'operazione fosse una pulita e semplice azione umanitaria (vedasi questo articolo dell'agosto scorso, in cui una giornalista aveva riportato notizie su questo progetto), magari un poco disorganizzata (questa è una mia idea!), ma che puntava a portare a delle famiglie francesi un centinaio di orfani del Darfur.

A me queste persone (foto Rfi) non sembrano dei deportatori di bambini, ma tant'è, essi oggi rischiano condanne fino a 20 anni di lavori forzati secondo le leggi del Ciad.
C'è chi sostiene che Deby stia usando queste persone per mettere in una posizione scomoda la Francia, al fine di mettere i bastoni tra le ruote allo spiegamento dell'operazione Eufor in Darfur, caldamente sostenuta dal Governo Sarkozy e dal Ministro degli Esteri Bernard Kouchner.
Io, sinceramente, ci vedo quella cooperazione malsana, animata dagli ideali "poarini i me' butini" (per i non veronesi, "poveri i miei bambini", quella cooperazione paternalistica per intenderci), senza pensare al come ed al perché. E senza neanche pensare al "forse conviene sentire che ne pensa il padrone di casa prima d'andare e fare gli eroi del caso in uno Stato che non è il nostro".

Sono andata giù pesante, ma io penso a quei bambini che, senza alcuna colpa, vivono un genocidio, hanno perso i genitori, sono poi stati trasferiti da un orfanotrofio e che ora sono in attesa di sapere che sarà di loro. Senza ben capire che succede tra i grandi, perché litigano tra loro etc. etc.

È per questo che non metto le loro foto, perché hanno diritto almeno al riserbo su questa storia in cui, in un caso o nell'altro, sono comunque stati brutalmente strumentalizzati dagli adulti.

Thursday, 1 November 2007

Rappresentante Saharawi ricevuto dalla Jervolino

Meeting between a Saharawi representative and the Naples mayor, Ms. Jervolino

«La repressione nei confronti del popolo saharawi non ha fine. In queste ore continuano le violenze che da decenni siamo costretti a soffrire, la violazioni dei diritti umani e civili da parte del Marocco non accenna a diminuire anche se dall'Europa arrivano timidi segnali di solidarietà»
.

Mohamed Abdelaziz, segretario generale del Fronte Polisario per l'autodeterminazione della popolazione del Sahara occidentale è preoccupato, ma non smette di credere nella politica e nei percorsi diplomatici. La speranza è quella di creare le condizioni necessarie per indire un referendum di autodeterminazione per le genti saharawi. «Nei campi dei rifugiati in Algeria ci sono 200 mila persone, non si riesce ad avere il controllo della zona, mancano all'appello centinaia di persone e scarseggiano generi di prima necessità sia alimentari che sanitari. Le libertà individuali vengono puntualmente violate. E la situazione precipita sempre di più».


Gli aiuti del Pam (Programma alimentare mondiale) nel Sahara occidentale sono sempre più insufficienti, i pacifisti che si oppongono finiscono dietro le sbarre, spesso senza un regolare processo, e il controllo economico delle risorse è gestito soltanto dal Marocco. In un quadro del genere, il referendum sembra una chimera, ma proprio in un momento così delicato il Fronte Polisario chiede all'Italia di mantenere alta l'attenzione. «Ora che il vostro parlamento ci ha riconosciuto come interlocutore autorevole - prosegue Abdelaziz -, chiediamo all'Italia di vigilare sul neonato osservatorio per i diritti saharawi, affinché funzioni e rimanga attivo. Sono le basi per far entrare le libertà fondamentali nel Sahara occidentale e per indire il referendum in base a tre punti: indipendenza del popolo saharawi, integrazione al Marocco o autonomia».

Era il 1966 quando, per la prima volta, l'Onu ha chiesto alla Spagna di indire un referendum per il Sahara Occidentale. Le notizie che arrivano dal Sahara occidentale sono sempre più frammentarie e saltuarie. E a mantenere saldo il filo delle comunicazioni con l'Europa rimane soltanto il Fronte Polisario che, dal 1973, sta tentando di costruire un percorso di pace per il popolo del deserto. Ma da qualche anno le sorti dei saharawi stanno interessando anche l'Italia e il comune di Napoli che manda spesso sul posto osservatori internazionali per la difesa dei diritti civili. Un percorso intensificato dal magistrato Nicola Quatrano, responsabile dell'Osservatorio internazionale e dal consigliere comunale del Prc Sandro Fucito che di recente hanno fatto incontrare nella sede del comune di Napoli il segretario generale del Fronte Polisario Mohamed Abdelaziz con il sindaco Rosa Russo Jervolino. «Ringraziamo la città che all'incontro della IV commissione per la decolonizzazione dell'Onu a New York il 9 e 10 ottobre ci ha sostenuto. Ringraziamo Napoli anche per aver concesso la cittadinanza onoraria alla prigioniera politica Aminetou Haidar e per aver ospitato i 32 bambini saharawi nel mese di luglio. Questa collaborazione deve proseguire in nome della difesa dei diritti umani e civili».
Un segnale che i saharawi attendono anche da Spagna e Francia per favorire la decolonizzazione prevista dell'Onu. (fonte: Ilaria Urbani, il manifesto.it).