Monday, 18 July 2011
Wednesday, 30 March 2011
Le mani sul Nord Africa
«Alimentare i conflitti, “balcanizzare” il territorio, lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali, affidarsi a emergenze umanitarie… Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente». È un passaggio dell’editoriale di Nigrizia di aprile. Che anticipiamo.
Tale è la confusione sotto il cielo del Mediterraneo che ogni valutazione è un azzardo. Ed è in tempi di sbandamenti come questi che anche il vocabolario perde la bussola. Non scorre neanche più un brivido nella mano, quando si abusa dell'ossimoro più ingombrante: "la pace armata". O quando si definisce come "politica di pace" quella delle cannoniere e dei Tornado.
E i civili sotto le bombe del despota? Dovevamo ignorare il loro grido di dolore e le loro richieste di aiuto? Ma il paradosso dei paradossi, che anche i più "volenterosi" nel sostenere l'attacco alla Libia del tiranno Gheddafi non riescono a sciogliere, è che si è voluto impedire il massacro di civili attraverso massacri di altri civili. Un circolo vizioso da cui non si esce. Perché sono le premesse a essere fragili.
Per raccontare quello che sta accadendo in Libia e nel Maghreb, si è inflazionato il termine "alba". "Alba della democrazia", per descrivere i collassi dei regimi tunisino ed egiziano. "Alba dell'Odissea", per battezzare l'operazione militare contro Gheddafi. Brutta immagine, questa seconda. Ma forse spietatamente sincera. Odissea, per indicare un viaggio lunghissimo, pieno di rischi; alba, per dire che siamo solo all'inizio e che nessuno sa quanto lontana ancora sia la Itaca di pace.
E se fossimo, invece, ancora nel cuore della notte? Se il film che si gira non fosse una "prima", ma il solito remake? In fondo, quello innescato a Tripoli è un meccanismo della storia che si ripete in modo ossessivo. Sempre uguale a se stesso.
Si armano i regimi, grazie all'afflusso dei capitali globali di paesi assettati di risorse. Si firmano accordi economici che avvantaggiano le élite, trascurando le disuguaglianze sempre più marcate che gli stessi accordi generano. Si ignorano le tensioni sociali, economiche, politiche e ambientali prodotte nei paesi più deboli dai patti vergati dai regimi con le nazioni ricche. E quando le tensioni arrivano al punto di rottura, o quando esplodono del tutto, si interviene con le bombe. I regimi, contro la propria popolazione. Gli ex "amici", contro il dittatore e a favore dei civili. I quali, comunque vada, restano sotto le macerie, uniche vere vittime.
Alimentare i conflitti, "balcanizzare" il territorio, lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali, affidarsi a emergenze umanitarie... Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente. Nascono nuovi affari. Perché, nel caos, è più facile costruire nuovi equilibri. Fino a quando riemerge un altro rais, con il quale stringere altri patti. E la giostra ricomincia. Fino alla bomba successiva. E alla selva di nuovi commenti scandalizzati.
Lo chiamano "sano realismo". Che, per le diplomazie di mezzo mondo, significa solo badare al proprio business. Dobbiamo accettare passivamente di far parte di questo teatrino dei burattini?
La verità è che la crisi libica, come molte altre crisi in giro per il mondo, non lascia spazio a soluzioni soddisfacenti. I rimedi non sono facili. Ma ciò che è apparso evidente a molti, da subito, è che quell'intervento militare occidentale non aveva solo una natura umanitaria. Velava ambizioni egemoniche e il desiderio di mettere le mani sulle risorse energetiche e strategiche dell'area. E di ripristinare una certa influenza in Africa. Per Sarkozy, il vero motore mobile dell'azione guerriera occidentale, si è trattato di restituire alla Francia una posizione di leadership nel Mediterraneo e nell'Africa Centrale. Per Washington, con il battesimo di fuoco di Africom - il comando per le operazioni statunitensi nel continente - di lanciare un messaggio alla Cina, l'altro grande competitor in terra africana.
Siamo ancora in una visione geopolitica statica, perché mira all'autoconservazione dei rapporti di forza già scritti. Contrastati dall'Unione africana (Ua) e da diversi presidenti del continente, i quali temono che un'ingerenza militare occidentale possa tradursi in una presenza di lungo periodo nell'area. Un riposizionamento delle grandi potenze coloniali in Africa.
Tuttavia, anche qui la confusione è massima. E numerose le gimcane etiche. Il lamento postumo dell'Ua, ad esempio, è compatibile con il silenzio che ha accompagnato le rivolte libiche e la repressione gheddafiana? La voce dell'Ua è da sempre molto flebile. Soprattutto quando si tratta di criticare o condannare chi la foraggia. Libia, Angola, Nigeria, Egitto e Sudafrica finanziano il 75% del bilancio dell'Unione africana. Non solo. I dittatori e gli autocrati che governano quell'istituzione potranno mai condannare un loro simile? Il quietismo tirannico che regna nelle stanze di Addis Abeba è l'humus ideale dove può crescere il nuovo colonialismo occidentale o asiatico.
Se Francia, Inghilterra, Usa, Israele, Cina, Brasile... possono fare la voce grossa nel continente e muoversi militarmente, è perché trovano le porte spalancate. Un neocolonialismo che denuda la fragilità delle istituzioni africane, infervorate a gridare "No, all'invasore". E silenti nel condannare i despoti.
Nigrizia - 24/03/2011 tratto da www.nigrizia.itThursday, 11 November 2010
Elezioni presidenziali in Tanzania
Il 31 ottobre Jakaya Kikwete è stato confermato per un secondo mandato presidenziale. Finiscono a distanza i principali candidati di opposizione: Wilbrod Slaa e Ibrahim Haruna Lipumba. Slaa contesta irregolarità nel conteggio delle schede. Regna la calma anche Zanzibar, dove il voto si è svolto regolarmente.Fonte: nigrizia, New York Times,
On 31st october Jakaya Kikwete was re-elected as the President of Tanzania with the 61% of votes. The other candidates collected less votes: Wilbrod Slaa got only 26% and contested irregularity in the votes' count, that took an entire week. All was pacific in Zanzibar, where voting was regular.
Saturday, 6 November 2010
XXX Festival del cinema africano
Durante questo stesso arco di tempo il Festival di Verona ha avuto il merito di proporre al suo pubblico il meglio della produzione del cinema d’Africa accompagnata da incontri, percorsi didattici e contatti con autori, attori e critici.
In occasione del 30° il festival si pone l’obiettivo di riflettere e fare il punto sul cinema africano proponendo al pubblico e al mondo delle scuole una sintesi storica e in dibattito aperto al futuro della 7° arte made in Africa. Lo farà invitando gli autori contemporanei e i critici che hanno fatto la storia del Festival di Verona.
Intorno a questa riflessione sulla storia del cinema africano verranno organizzati dibattiti e incontri e in particolare proiezioni del “best of” di quest’ultimi 30 anni di produzione cinematografica.
In quest’anno, in cui la maggior parte dei paesi africani festeggiano la loro indipendenza, il Festival si associa al processo che vuole rendere il cinema e la cultura africana sempre più indipendente, di qualità e capace di innovazione.
Sezioni del Festival






Fonte: festivalafricano
From 12th to 21st november in Verona will be held the 30th Festival del cinema africano.
Friday, 5 November 2010
Africa-Italia. Scenari migratori. Dalle migrazioni alla crescita del continente
Le migrazioni forzate o volontarie sono, innanzi tutto, interne al continente..
Tratto da: scheda sintetica Africa-Italia scenari migratori.
Approfondimenti: Africa-Italia scenari migratori, Dossier Statistico Caritas Migrantes 2010,
Thursday, 4 November 2010
Petizione per cancellare la condanna a morte dei bambini del Darfur

2 Novembre 2010:
"Ci risiamo. Il 21 Ottobre, la Corte Speciale ha condannato a morte altri quattro bambini, ritenuti colpevoli di aver partecipato all'assalto di un convoglio in Sud Darfur, nel maggio 2010. Solo due minorenni sono stati sottoposti a visite mediche per verificarne l'età, come prevede il Sudanese Child Act, approvato dallo stesso Governo, che proibisce l'esecuzione di minori di 18 anni.
Firma anche tu l'appello di Italians for Darfur, affinchè la pena di morte venga commutata in altra pena. Circa 15.000 persone lo hanno già fatto in sole tre settimane, in occasione della precedente denuncia di Italians for Darfur, consacrandone il successo con la sospensione della pena. Anche questa volta, speriamo, grazie alle vostre firme, di recapitare in breve tempo il nostro appello alle autorità sudanesi".
Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur
Con questo appello chiediamo al Governo sudanese di sospendere la sentenza ma anche di approfondire le responsabilita' del coinvolgimento di questi bambini in azioni di guerra.
Ferma la mano del boia, firma l'appello di Italians for Darfur.
Condividi e fai firmare il link seguente tra i tuoi amici e sui maggiori siti e social network italiani:
http://www.italianblogsfordarfur.it/petizione/
Friday, 29 October 2010
Nigeria: sgomberi di massa a Port Harcourt
An Amnesty International's Report has denounced forced mass evictions in Port Harcourt waterfront, in the oil-rich Niger Delta. A total of 200.000 people will become homeless if the government won't offer them an alternative. Plans for urban development and slum demolition have been violently contested in Port Harcourt and several civilians have been killed.
Per approfondire: Amnesty, BBC.
Wednesday, 27 October 2010
Rwanda: Ingabire in pericolo
Per approfondire: New York Times, Nigrizia,
The 14th october Victoire Ingabire, opposition leader, has been jailed in inhuman conditions by Kagame regime, on charge of joining terrorist group. She expose the "apartheid system" that is in force in Rwanda.
To know more: New York Times, Nigrizia,
Tuesday, 18 May 2010
Attentati a Kigali
Fonte: jeune afrique
Monday, 17 May 2010
Rimesse africane in calo
"Questo calo delle rimesse sarebbe dovuto, secondo agli esperti, non solo alla crisi economica che sta mettendo a dura prova i bilanci dei migranti, ma anche al fatto che per molti stranieri (pure africani) quella di vivere in Italia potrebbe rappresentare una scelta di lunga durata. E non c'è dunque la frenesia di mandare a casa una fetta cospicua del proprio reddito in vista di un ritorno affrettato al paese d'origine."
Ora a me sembra certamente verosimile l'ipotesi, purtroppo, che la crisi economica sia intervenuta energicamente a rallentare il flusso delle rimesse. D'altra parte dubito che proprio nel 2009 (e non nel 2008) molti migranti abbiano deciso di stabilirsi in Italia in un'ottica di lunga durata, nel periodo in cui tantissimi migranti hanno perso il lavoro e faticano più degli italiani a trovare altre soluzioni lavorative stabili (vedi anche questa ricerca della Fondazione Leone Moressa). D'altra parte il 2009, dal mio personale punto di vista, è stato caratterizzato da un aumento dei ritorni in patria (anche temporanei) di molti migranti che, a fronte della perdita del lavoro, percepivano come un costo troppo esoso rimanere nel nostro Paese.
Thursday, 13 May 2010
Gelo tra Zambia e Olanda
Lusaka ha accusato l'Olanda di finanziare il principale partito di opposizione, per favorirlo in vista delle elezioni del prossimo anno. Una mossa che rischia di compromettere ulteriormente i rapporti con i donatori che hanno già sospeso, a causa della corruzione nel paese, gli aiuti destinati a contrastare la diffusione del virus HIV.
Il partito al governo in Zambia, ha accusato l'Olanda di finanziare il principale partito di opposizione: il Fronte patriottico di Michael Sata, temuto avversario del presidente uscente Rupiah Banda, nelle elezioni attese il prossimo anno.
«Abbiamo informazioni che ci dicono che un istituto olandese ha destinato fondi speciali ai membri del partito di opposizione» accusa Katele Kalumba, capo del movimento per la democrazia multipartitica.
L'ambasciata olandese a Lusaka ha negato le accuse sostenendo che l'istituto incriminato si occupa di finanziare tutte le formazioni politiche del paese attraverso il Zambia Centre for Interparty Dialogue, impegnato a favorire la democrazia.
Lo scontro rischia di aumentare le tensioni con i paesi donatori, che hanno già congelato i fondi destinati alla lotta contro l'Aids, oltre ad altri progetti in campo medico. La sospensione è stata decisa a causa dell'aumento della corruzione nel paese.
Il presidente Rupiah Banda, giunto al potere nel 2008, dopo la morte dell'ex presidente Levy Mwanawasa (del quale era vice), ha di fatto smantellato, sotto il suo mandato, una ad una ogni istituzione creata dal predecessore per contrastare la corruzione nel paese.
C'è chi sostiene, tra i membri dell'opposizione, che Banda abbia stretto un accordo di "scambio" per ottenere il sostegno elettorale dell'ex presidente Frederik Chiluba, assolto lo scorso agosto da tutte le accuse per corruzione a suo carico.
Banda avrebbe anche licenziato, una settimana dopo l'assoluzione di Chiluba, Maxwell Nkole, capo della commissione anticorruzione, dopo che questi ha cercato di riaprire il processo a carico dell'ex presidente.
Fonte: Nigrizia - 05/05/2010 - http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=9682&IdModule=1
Friday, 8 January 2010
Campagna SUDAN 365 "A BEAT FOR PEACE"
Il 9 gennaio 2010 prenderà il via la nuova campagna internazionale SUDAN 365 "A BEAT FOR PEACE", alla quale aderisce, per l'Italia, Italians for Darfur Onlus, con il sostegno delle associazioni Articolo 21 e Artisti Socialmente Utili.
http://www.youtube.com/watch?v=IfHyRz8iyfk
Sul blog è reperibile il comunicato della nuova campagna, che verrà presentata domani a Roma.
Per info: Antonella Napoli, info@italiansfordarfur.it
Monday, 16 November 2009
Due pesi e due misure
Monday, 2 November 2009
Festival del cinema africano
Monday, 26 October 2009
Duecento clandestini che oggi entrano nelle acque italiane
Vorrei capire perché delle persone, che io e il diritto definiamo migranti, perché sono persone che stanno migrando, vengono definite dai giornalisti clandestini.
Mi piace pensare che sia per ignoranza, perché non sanno che quelli, tecnicamente, non sono ancora clandestini.
Temo invece che si tratti di un errore malizioso, teso a creare allarme e senso di insicurezza nel lettore che ingenuamente legge l'articolo.
Mi disgusta l'idea che dei grassi giornalisti nati dalla parte fortunata del mondo abbiano l'ardire e la faccia tosta di etichettare dei disperati come clandestini, come persone la cui vita è clandestina (mentre, al limite, si tratta di persone che fanno ingresso in Italia senza i documenti necessari).
Tuesday, 20 October 2009
Tsvangirai esce dal governo

È rottura tra il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, e il primo ministro, Morgan Tsvangira. Il premier ha sospeso i lavori del governo di unità nazionale, finché non saranno interrotti gli abusi commessi nei confronti dei militanti del suo partito. A far scoppiare il caso, l'arresto, mercoledi, del deputato Roy Bennett.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo l'arresto in Zimbabwe, mercoledì 14 ottobre, di Roy Bennett, il primo ministro Morgan Tsvangirai ha sospeso la partecipazione del proprio partito al governo di unità nazionale, formato insieme al presidente Robert Mugabe.
Mugabe «non è degno della mia fiducia» ha dichiarato Tsvangirai. L'arresto di Bennett dimostra che «il nostro movimento non dispone di un partner affidabile», ha aggiunto il primo ministro.
Roy Bennett, tesoriere del Movimento per il Cambiamento Democratico del premier Tsvangirai, designato Vice Ministro dell'Agricoltura, è stato di nuovo arrestato dopo che un tribunale ha deciso di procedere con le accuse di terrorismo mosse contro di lui, ancora nel febbraio scorso.
Esponente della classe di proprietari terrieri bianchi, che, nel paese, si è vista requisire le terre, con la riforma agraria del presidente Robert Mugabe, Bennett si trovava in esilio in Sudafrica. Quando è tornato nel paese per prendere parte alla cerimonia di insediamento del governo, il 13 febbraio scorso, è stato arrestato. Da allora entra ed esce di galera.
Tsvangirai ha dichiarato che fermerà ogni attività di governo, finché gli attacchi compiuti contro il suo partito non cesseranno.
Esercito, polizia e giudici rimangono infatti saldamente ancora nelle mani dello Zanu Pf del presidente Mugabe, mentre sono sempre più numerosi i processi imbastiti contro i deputati del Movimento per il Cambiamento Democratico.
Le accuse spaziano dallo stupro, al furto e dal terrorismo, al disturbo della quiete pubblica. Quest'ultimo caso, in particolare, riguarda l'arresto, il 9 agosto scorso, di 10 deputati che stavano andando al ministero delle Finanze per un incontro. Il gruppo era da pochi minuti in attesa di parlare con il ministro, quando 7 poliziotti armati sono arrivati ad arrestarli.
Casi simili continuano a ripetersi, nonostante l'accordo siglato tra tutti i partiti al governo, abbia offerto al regime di Mugabe la "riabilitazione", con lo scongelamento dei fondi destinati a soccorrere l'economia del paese, ormai al collasso. Pochi giorni fa, la stessa Gran Bretagna, nemico numero uno del presidente Mugabe, ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari in favore del paese.
Ma la strategia dello Zanu Pf appare essere sempre più chiara: erodere il potere del premier, tentando di far decadere dalla carica i pochi seggi di vantaggio che il Movimento per il Cambiamento Democratico detiene in parlamento. Con una condanna a sei mesi di carcere, un deputato è costretto, infatti, a dimettersi dal proprio incarico.
Monday, 19 October 2009
17 ottobre: NO al razzismo
Il 7 ottobre 1989 si è tenuta a Roma la prima manifestazione contro il razzismo e per i diritti dei migranti.
Il 24 agosto dello stesso anno, infatti, a Villa Literno era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo: il primo omicidio di stampo razzista della storia della Repubblica.
A vent'anni di distanza, il razzismo non solo non è stato sconfitto, ma è penetrato nel discorso pubblico e nei linguaggi privati, negli atteggiamenti e nei comportamenti ormai dati per scontati di tanta parte del Paese.
L'intolleranza sta purtroppo diventando un habitus mentale molto diffuso in Italia, e certo non solo quella nei confronti di migranti ma anche di omosessuali, transessuali e in generale di GLBT.
L'intolleranza non viene solo dal basso, ma anche da chi ci governa, che anzi guida e capeggia questo tipo di comportamenti ed atteggiamenti indegni dell'esser umano.
I governanti esacerbano il potenziale conflitto interculturale, senza offrire reali vie di convivenza costruttiva, con misure legislative quali il pacchetto sicurezza, con l'ultima "perla" della Legge 94.
Vedo spesso sorgere, intorno a me, anche modalità impreviste e normali di convivenza serena e sono quelle che più fanno sperare.
Fonti: il Messaggero, Atlantide, il Manifesto.
Approfondimenti: Carta.
Monday, 12 October 2009
CAP ANAMUR: ASSOLTO L’INTERVENTO UMANITARIO
L'ASGI esprime la propria piena soddisfazione in relazione alla sentenza di assoluzione con formula piena “perché il fatto non costituisce reato” assunta dal Tribunale di Agrigento nell'udienza del 7 ottobre 2009 nei confronti del presidente dell’associazione umanitaria Cap Anamur Elias Bierdel, del comandante della nave omonima Stefan Schimdt e del primo ufficiale Vladimir Dachkevitce, imputati di agevolazione dell’ingresso di clandestini, dopo avere soccorso, con la nave Cap Anamur nel giugno 2004, 37 naufraghi alla deriva cento miglia a sud di Lampedusa.
In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, va comunque subito rilevato che, dopo anni di indagini e dopo l’ audizione di numerosi testimoni, le accuse formulate dalla Procura di Agrigento sono risultate destituite di ogni fondamento. E’ caduta l’ iniziale ipotesi accusatoria della forzatura del blocco navale che era stato imposto alla nave Cap Anamur, tenuta per due settimane al largo delle coste siciliane per decisione del Governo italiano, ed è, invece, emersa la situazione di stato di urgenza e necessità, determinata a bordo della nave da una così lunga permanenza dei naufraghi, ai quali venivano impediti lo sbarco e la possibilità di far valere la loro richiesta di asilo o di protezione umanitaria.
Il periodo di tempo trascorso tra l’ azione di salvataggio e la richiesta di attracco della nave Cap Anamur a Porto Empedocle non era certo imputabile ad una scelta nell’interesse personale dei responsabili della nave, o alla ricerca di un profitto ( il cd. dolo di profitto), ma ai ritardi derivanti dalla querelle diplomatica tra i Governi dell'Italia, della Germania e di Malta sull'individuazione del porto sicuro in cui far sbarcare i naufraghi ed accogliere le richieste di asilo che erano state formulate al comandante della nave.
L'ASGI auspica che la sentenza del Tribunale di Agrigento possa costituire un importante precedente che permetta di fare chiarezza sulla radicale differenza che c'è, sul piano giuridico ed etico, tra il favoreggiamento dell'immigrazione irregolare da parte di organizzazioni che lucrano sulla terribile condizione di bisogno dei migranti, e, sul versante del tutto opposto, le doverose azioni di salvataggio dei naufraghi sancite da tutte le Convenzioni sulla sicurezza della vita in mare.
Chi effettua salvataggio in mare non commette nessun reato e il comandante è l’unica persona che può individuare il porto sicuro, anche da un punto di vista giuridico, per lo sbarco. Il messaggio chiaro che emerge dalla sentenza agrigentina è che gli Stati devono rispettare il Diritto Internazionale del Mare, che vieta anche il respingimento collettivo, nonché il divieto di refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra.
L'ASGI auspica che i prossimi interventi di salvataggio non siano più soggetti a minaccia di sanzione penale e che ciò incoraggi anche i mezzi civili ad interventi di salvataggio più tempestivi, senza lasciare naufraghi in mare, a morire di inedia per settimane, come è successo tragicamente troppe volte nel Canale di Sicilia.
Fonte: www.asgi.it
Monday, 5 October 2009
Misteri sui fondali
Il ritrovamento, il 12 settembre scorso nelle acque calabre al largo di Cetraro, del relitto della Cunsky, ha riportato a galla l’affare delle decine di navi cariche di rifiuti tossici sepolte nel Mediterraneo. E non solo. Anche nelle coste africane. Ecco allora riemergere dal passato anche il delitto, ancora irrisolto, dei giornalisti Alpi-Hrovatin a Mogadiscio, legato anch’esso a traffici illeciti. Il pericolo esiste, e da tempo, se è vero quanto affermato nel 2005 da Francesco Fonti, pentito della ‘ndrangheta che ha raccontato d'aver personalmente affondato tre imbarcazioni cariche di veleni (e probabilmente anche di materiale radioattivo) nei primi anni '90. Una di queste è con tutta probabilità proprio la nave rintracciata nel mare di Cetraro, nel cosentino.
Sono passati dieci giorni da quando, su sollecito della Procura della Repubblica di Paola, l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (Arpacal) ha filmato il relitto. Lo ha fatto a proprie spese, dopo che per ben quattro mesi le richieste d'aiuto inoltrate a Roma dall'assessore all'Ambiente della regione Calabria, Silvio Greco, erano cadute nel vuoto. E anche adesso che la nave è stata trovata e filmata, nessuno si muove.
Eppure il rischio di contaminazione ambientale è altissimo, le industrie della pesca e del turismo sono praticamente bloccate e la popolazione è spaventata.Perché quella trovata dal robot sottomarino a Cetraro, rischia di non essere l'unica "nave dei veleni" pronta a disperdere il proprio carico.
Nel 2005, infatti, Fonti disse anche di essere a conoscenza di almeno una trentina di altri affondamenti di navi cariche di rifiuti tossici fra Tirreno, Ionio e basso Adriatico, avvallando così parte dei contenuti dell'inchiesta "Navi a perdere", avviata nel 1994 dall'attuale Sostituto Procuratore generale della Corte d'Appello di Reggio Calabria, Francesco Neri. Inchiesta passata nel '96 alla Direzione distrettuale antimafia che la archiviò quattro anni dopo, proprio per il mancato ritrovamento delle imbarcazioni cariche di scorie e affondate nel Mediterraneo.
Fonti parla anche delle complicità della politica nella gestione di questi traffici. Politica che ancora oggi si fa timidamente sentire, non attivandosi con forza nel volere risolvere i tanti misteri affondati in mare.
Misteri che legano questa inchiesta anche alle morti, in Somalia, nel marzo del 1994, della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi, e del suo operatore Miran Hrovatin, in circostanze che restano oscure.
Un'indagine che interessa ‘ndrangheta, servizi segreti e politici, e che potrebbe finalmente spiegare il perché di un ventennio di morti "accidentali", di insabbiamenti e depistaggi.
A questa intricata vicenda Afriradio ha dedicato "Le navi dei veleni: dall'Italia alla Somalia", una puntata speciale di Focus alla quale hanno preso parte il magistrato Francesco Neri, il giornalista di Famiglia Cristiana Luciano Scalettari e il collega de L'Espresso Riccardo Bocca (tra i primi a raccogliere le dichiarazioni del pentito Francesco Fonti e ad occuparsi dell'intera vicenda) e l'ex membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l'ex parlamentare dei Verdi, Mauro Bulgarelli.
Fonte: nigrizia
Tuesday, 29 September 2009
Regolarizzazione badanti?
"La regolarizzazione costa troppo, badante licenziata
Da gennaio assisteva una donna anziana e quando si è aperta la finestra della regolarizzazione ha chiesto alla sua datrice di lavoro di avviare le pratiche necessarie a sanare la sua posizione di immigrata irregolare. La risposta è stata negativa e, anzi, la protagonista della vicenda, una badante salvadoregna, è stata licenziata. Da qui la decisione di rivolgersi all'ufficio vertenze della Cgil che ha girato la pratica allo studio dell'avvocato Mario Berruti. Nei giorni scorsi la buona notizia: il tribunale del lavoro di Brescia ha accolto favorevolmente il ricorso d'urgenza, ordinando il reintegro della donna «risultando sufficientemente dimostrata la natura discriminatoria del licenziamento». Questa è solo una delle tante storie di colf e badanti alle prese con la le difficoltà a regolarizzarsi. Da un lato le pratiche burocratiche, dall'altro i costi della regolarizzazione. La sostanza è che in molte, anche dopo questa fase di questa regolarizzazione resteranno in nero e quindi clandestine. «Il dato bresciano è esemplificativo - ricorda il segretario organizzativo della Cgil di Brescia Damiano Galletti -: a oggi i moduli richiesti per la regolarizzazione sono 9mila e 7mila le richiesta effettivamente presentate, e questo a fronte di stime che parlano di circa 30mila badanti nella nostra provincia». E così, dopo il 30 settembre, scaduti i termini, i lavoratori stranieri che vogliono sanare la propria posizione non potranno più ottenere i benefici e saranno perseguiti per il reato di clandestinità."
Fonte dell'articolo: ASGI